La verità nascosta nel ‘Labirinto del silenzio’.

Arriva al cinema il film candidato a rappresentare la Germania agli Oscar 2016 (ma escluso dalle nomination) ‘Il Labirinto del Silenzio’ del regista italiano (milanese di nascita e tedesco d’adozione) Giulio Ricciarelli, nelle sale dal 14 Gennaio. Il film, interpretato da Alexander Fehling, André Szymanski, Friederike Becht, Johannes Krisch, Hansi Jochmann, Johann von Bülow, Robert Hunger-Bühler, Lukas Miko e Gert Voss, è distribuito da Good Films.

PosterIL LABIRINTO DEL SILENZIO racconta la storia di un giovane pubblico ministero che decide di mettersi alla ricerca della verità alla fine degli anni ‘50. Combattendo contro ogni ostacolo immaginabile, supera i suoi limiti e quelli di un sistema, dove è più facile dimenticare che ricordare.

Sullo sfondo di eventi realmente accaduti, IL LABIRINTO DEL SILENZIO getta uno sguardo molto personale e particolare sullo stile di vita degli anni del “miracolo economico”, l’era delle sottogonne e del rock’n’roll, in cui le persone volevano solo dimenticare il passato e guardare avanti. Il film racconta in maniera emozionante un capitolo poco noto di quegli anni, che fondamentalmente hanno cambiato il modo in cui la Germania guardava al suo passato. Un’emozionante storia di coraggio, responsabilità e di lotta per la giustizia.

Per il regista Giulio Ricciarelli è “una storia di coraggio personale, di lotta per ciò che si ritiene giusto, e una storia di redenzione. Un’atmosfera di ottimismo esasperato e negazione, un paese – la Germania del 1958 – che si sta ricostruendo. Eppure le ombre dei suoi crimini di Guerra incombono, dietro a ogni angolo. Ritengo che sia il tema a dettare le scelte estetiche. Il lavoro della mdp è classico: inquadrature composte che calibrano quello che vediamo e quello che è lasciato all’immaginazione. Spazio e tempo sono ideati per una recitazione forte, per emozioni che spingono avanti la storia. Montaggio calmo, ritmico e preciso. Voglio che il pubblico si immerga solo nella storia, nella complessa narrazione, resa più facile da una colonna sonora intensa, minimalista. Nessun elemento dovrebbe attirare l’attenzione distogliendola dalla storia. Fidatevi della storia; una storia per i nostri tempi. Viviamo nell’epoca del self-publishing, in cui tredicenni si fanno da soli da PR, mentre come individui sentiamo di non aver alcuna influenza su un mondo così globalizzato, interconnesso e complesso. In quest’epoca, questa storia ci ricorda che sono sempre gli individui che portano il cambiamento e che spingono avanti la civiltà. Questa lotta, il dolore e la bellezza di questa battaglia: è questo al centro del film”.

“Alcune persone in Germania ritengono ancora che un film serio non dovrebbe intrattenere gli spettatori” racconta il produttore Uli Putz. “Eppure è precisamente questo che vogliamo fare con IL LABIRINTO DEL SILENZIO.” Il film narra la storia di alcuni uomini e donne che, nonostante una massiccia opposizione sociale e politica, si sono impegnati alla fine degli anni ’50 affinché la Germania smettesse di scappare dal suo passato, che all’epoca non era poi così lontano. Queste donne e questi uomini volevano che la Germania fosse il primo paese al mondo a portare i suoi criminali di guerra davanti alla corte di un tribunale. “Diversamente dai processi di Norimberga, i processi di Auschwitz sono ancora oggi ignoti alla maggioranza delle persone,” afferma il produttore Jakob Claussen. “In un certo senso, consideriamo il nostro film come un mezzo per evitare che restino sconosciuti; tuttavia, questo tema non è presentato nello stile di una semplice, educata, lezione di storia illustrata, ma come l’emozionante e divertente impresa di un eroe. All’epoca, furono necessari oltre cinque anni dai primi procedimenti preliminari all’apertura del processo di Auschwitz vero e proprio. La genesi di questo film ha impiegato più o meno lo stesso lasso di tempo. L’idea alla base della storia è opera della sceneggiatrice Elisabeth Bartel.

Im LabyrinthLa Bartel aveva letto la vicenda su un giornale e ne parlò con la produttrice Sabine Lamby. Lei, a sua volta, riconobbe immediatamente il potenziale della storia, che non era mai stata raccontata attraverso una versione cinematografica prima di allora. Le due iniziarono a sviluppare la storia e poi si rivolsero a Giulio Ricciarelli (socio di Lamby presso la ‘naked eye film production’) chiedendogli di aiutarle a scrivere la sceneggiatura. Nel corso di questa fase, Ricciarelli sviluppò una grande fascinazione nei confronti di questo argomento, tanto che alla fine si rese conto che voleva diventasse un suntuoso film storico, e allora capì che era necessario trovare un altro produttore di lunga esperienza per ottenere dei risultati ottimali. Perciò, nel 2011, Sabine Lamby si rivolse alla Claussen+Wöbke+Putz Filmproduktion, dove trovò una calda accoglienza: “Lessi la sceneggiatura e ne rimasi davvero colpita,” ricorda Uli Putz”. Compresi subito che voleva raccontare questa storia così affascinante assieme a noi.” Perciò iniziò una fase di circa due anni di sviluppo meticoloso della sceneggiatura. All’inizio di questa fase, i partecipanti avevano acconsentito affinché Ricciarelli fosse il regista. “I suoi pluripremiati cortometraggi confermavano il suo modo di pensare visivo, quanto fosse bravo a dirigere gli attori e l’azione,” spiega Putz. “Nel corso dello sviluppo della sceneggiatura, emerse subito che aveva anche una conoscenza dei suoi personaggi.” Claussen aggiunge: “Nelle nostre intense conversazioni, durante la fase di sviluppo, notammo che Giulio è molto concentrato, ascolta attentamente e sa esattamente cosa vuole.” Ovviamente un debutto alla regia richiede sempre una porzione extra di fiducia da parte dei produttori, dice Putz: “Non puoi essere sicuro di quello che otterrai. Ma questo può portare anche a qualcosa di molto speciale. Nel nostro caso, le nostre speranze si sono pienamente realizzate.” Elisabeth Bartel e Giulio Ricciarelli decisero di raccontare una storia fittizia, sebbene incastonata sullo sfondo di eventi realmente accaduti e con l’inclusione di persone realmente esistenti. “Mentre il Pubblico Ministero Generale Fritz Bauer e il giornalista Thomas Gnielka esistono davvero, il protagonista, il giovane Pubblico Ministero Johann, era un personaggio inventato, un concentrato dei tre pubblici ministeri che condussero veramente le indagini all’epoca,” spiega Uli Putz. “La sfida più grande nello sviluppo della sceneggiatura era bilanciare al meglio gli elementi individuali: da un lato, volevamo conservare i fatti decisivi, e dall’altro aggiungere una componente emozionale all’azione.” Inoltre, puntualizza Putz, c’era la necessità di inserire informazioni quanto più casualmente possibile sui tempi in cui la storia ha luogo. Ad esempio, il fatto che molti soldati non fossero ancora tornati dalla loro prigionia.

I produttori insistono che il film non dovrebbe essere interpretato in alcun modo come dogmatico o moralistico. “Ovviamente, sosteniamo senza alcun dubbio l’idea che sia stato giusto e importante per il nostro paese affrontare il passato,” sottolinea Putz. Ma volevamo anche mostrare il lato opposto della medaglia. Ad esempio, nella persona del Pubblico Ministero Capo Walter Friedberg, interpretato da Robert HungerBühler, il quale pone una domanda molto legittima: “E’ davvero importante che ogni giovane in Germania debba chiedersi se suo padre fosse un assassino?” Il protagonista di questo film è un ottimo esempio della complessità della situazione a quell’epoca, sottolinea Claussen: “All’inizio, Herr Friedberg non ci piace molto, ma poi scopriamo che, proprio lui di tutte le persone, non era nel Partito Nazista. Allo scopo di descrivere gli eventi storici quanto più fedelmente possibile, gli sceneggiatori hanno cercato sin dall’inizio un aiuto esperto: infatti, durante la fase di ricerche, Elisabeth Bartel ha contattato lo storico Werner Renz del Fritz Bauer Institute.

“Nella primavera del 2010, la Bartel mi presentò il progetto per la prima volta,” racconta Renz. Negli anni successivi, ho letto le varie versioni della sceneggiatura”. Gli autori avevano raccontato la storia dei processi di Auschwitz attenendosi il più possibile ai fatti essenziali della vicenda: “Secondo il mio punto di vista, la sceneggiatura è molto autentica. Non esagera né distorce niente, e racconta correttamente l’inchiesta giuridica”.

Im LabyrinthIl protagonista, l’attore Alexander Fehling, si è unito al cast sin dall’inizio. Putz e Claussen lo conoscevano già, poiché avevano collaborato assieme a lui nel film di Frieder Wittich, dal titolo 13 Semester. I produttori hanno messo assieme un grande cast, che però per gran parte è ancora sconosciuto al grande pubblico. Tra di loro Gert Voss, una vera e
propria leggenda nel campo del teatro. “Aveva una gran fame di un ruolo cinematografico”, nota Claussen. Mentre si preparava per il ruolo, Alexander Fehling ha avuto l’opportunità di incontrare un vero e proprio modello per il suo personaggio del
film: Gerhard Wiese, uno dei pubblici ministeri che avevano lavorato durante il primo processo di Auschwitz negli anni ‘50. “Vive nel quartiere dei poeti a Francoforte ed era vicino di casa di Reich-Ranicki,” racconta Claussen. “Abbiamo avuto l’occasione di incontrarlo un paio di volte, e nel corso di una cena assieme Alexander ha fatto chiarezza su alcune questioni molto profane, come: I giovani pubblici ministeri si davano del tu o del voi quando si parlavano? Indossavano cappelli? Come si comportavano alla presenza di Fritz Bauer?” L’ex pubblico ministero Gerhard Wiese venne sul set un giorno per farsi un’idea della produzione. “Stavamo girando la scena in cui tutti i pubblici ministeri si incontrano alla riunione settimanale,” spiega Claussen. “Giulio Ricciarelli accompagnò Wiese nella stanza e lo presentò agli attori. Tutti si alzarono spontaneamente e lo applaudirono. E’ stato incredibilmente emozionante vedere come questo signore anziano di oltre 80 anni abbia avuto finalmente l’occasione di provare un tale apprezzamento. Per me, è stato il momento più emozionante delle riprese”.

Il film offre molto materiale che stimolerà discussioni, sostiene Claussen: “A quei tempi, quando era necessario stabilire la necessità del processo di Auschwitz, Il Pubblico Ministero Generale Fritz Bauer pronunciò questa frase provocatoria: “Nessuno ha il diritto di essere obbediente”. Quello che intendeva dire era che non dovrebbe essere permesso a nessuno di dire, dopo i fatti, che stava solo eseguendo gli ordini. Tutti hanno il dovere di dire No quando vengono richieste cose così disumane, come è avvenuto sotto il nazismo”. Il tema della responsabilità personale è ancor valido oggi, come dice Putz: “Fino a dove ci si può spingere per obbedire agli ordini? Questo ti libera dal dovere di ascoltare la tua coscienza? Fino a che punto devi assumerti le responsabilità delle tue azioni? Sono domande che continuiamo a porci.” Tuttavia, il nostro obbiettivo non è giudicare le generazioni passate, come nota Claussen: “Un certo grado di umiltà ci viene richiesto oggi. Non sarebbe giusto biasimare i nostri padri e nonni dalla comodità dei nostri appartamenti. Piuttosto, abbiamo il compito di assicurare che una cosa come Auschwitz non accada mai più. E’ questa la posizione che prende il nostro film”. Ed è per questo che il film è così attuale, spiega Claussen: “In tutto il mondo i sistemi stanno collassando; pensate all’Egitto o alla Siria.” Uli Putz precisa che il periodo storico in cui la storia ha luogo è stato raramente affrontato dal mezzo filmico, fino ad ora: “Attraverso il nostro film, il pubblico giovane potrà avere un’idea di un periodo storico che probabilmente non conosce bene. Inoltre, la pellicola contiene anche molti stimoli che ci aiutano a riflettere sui suoi contenuti e a esplorare questa sfera. Il produttore spera che questo tema ispiri diverse generazioni a vedere il film assieme: “Credo che questa storia contenga molte tematiche su cui discutere a livello familiare. E sarei onorato se il nostro film riuscisse a rendere genitori e nonni consapevoli dell’importanza del trasmettere la loro conoscenza di quel periodo alle giovani generazioni, prima che sia troppo tardi”. “La nostra intenzione era fare un film che affrontasse un tema importante, offrisse informazioni ed espandesse l’orizzonte del pubblico, ma senza tralasciare il fattore dell’intrattenimento,” sottolinea Uli Putz concludendo. “Certo, IL LABIRINTO DEL SILENZIO è tutt’altro che un film superficiale e vuoto. Eppure, resta senza alcun dubbio un film di intrattenimento,” dichiara Jakob Claussen.

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