‘Una volta nella vita’ degli eredi.

UNA VOLTA NELLA VITA (Les Héritiers), il film di Marie-Castille Mention-Schaar, tratto dal libro omonimo di Ahmed Dramé, pubblicato in Italia da Vallardi, arriva al cinema dal 27 gennaio dopo eseere stato salutato in Francia come “un messaggio di speranza e un tributo alla nobile missione degli insegnanti”.

UNA VOLTA NELLA VITA_1 © Guy Ferrandis - dal 27 gennaio al cinemaIspirato a una storia vera all’interno del Liceo Léon Blum di Créteil, città nella banlieue sud-est di Parigi. Una scuola che è un incrocio esplosivo di etnie, confessioni religiose e conflitti sociali. Una professoressa, Anne Gueguen (Ariane Ascaride), propone alla sua classe più problematica un progetto comune: partecipare a un concorso nazionale di storia dedicato alla Resistenza e alla Deportazione. Un incontro, quello con la memoria della Shoah, che cambierà per sempre la vita degli studenti.

Come è arrivata a scegliere il titolo originale del film LES HERITIERS (letteralmente GLI EREDI)?

Si è imposto da solo una volta ultimato il film. Mi fa molto piacere che la parola «eredi» sia associata alla gioventù di oggi, multi comunitaria e multi confessionale. Non abbiamo l’abitudine di abbinare questo termine ai volti di questi ragazzi e tuttavia ho l’impressione che tutto il film sia percorso dal tema dell’eredità. Che cosa ereditiamo? Ma anche, che cosa lasciamo ai nostri «eredi»? Cosa ne facciamo della nostra storia? È possibile ignorarla, è possibile capire l’eredità degli altri? Che cosa conserviamo?

UVNV_MOR0256Il film si apre su una sequenza in cui ciascuno è trincerato nella propria logica: una ragazza che ha concluso gli studi vuole recuperare il suo attestato di superamento dell’esame di maturità. La consigliera e il preside del liceo Léon Blum di Créteil le negano l’accesso al liceo adducendo il motivo che indossa un foulard. Trovo interessante il fatto che la scena non riveli il suo punto di vista…

È un alterco che è realmente avvenuto al Léon Blum. E mostra il limite del dialogo attorno a due principi altrettanto forti: la libertà di espressione e il principio della laicità. Durante tutto il suo iter scolastico, la ragazza ha osservato la legge che impone di togliersi il foulard prima di entrare nelle scuole. Quella sequenza per me identifica i termini del dibattito. Non è detto che siano per forza le leggi a proteggere la scuola laica. È necessario pensare ad altri schemi. Lascio a ciascuno la libertà di giudicare… E tuttavia sono sbigottita per il posto che occupa la religione nei programmi scolastici in ogni fase dell’istruzione. E infatti, Madame Gueguen, il personaggio interpretato da Ariane Ascaride, è spesso ritratta mentre tiene una lezione su un tema religioso: l’inferno, il paradiso, il giudizio universale, Calvino…

Come ha incontrato Ahmed Dramé, che ha collaborato alla scrittura della sceneggiatura, recita nel film ed è colui che è all’origine stessa del progetto?

Mi piace molto la storia di questo incontro perché ha a che vedere con la casualità e l’ostinazione. Ahmed frequentava l’ultimo anno del liceo Léon Blum quando è andato al cinema a vedere il mio primo film, Ma première fois, uscito nel 2012. A quel punto mi ha contattata via mail chiedendomi semplicemente se ero disposta a leggere una bozza di sceneggiatura di 60 pagine che aveva scritto.

In quella sceneggiatura si raccontava la storia di un Concorso di Lettere e del desiderio di un insegnante da poco arrivato in un liceo di innalzare il livello dei suoi allievi proponendo loro quel concorso.

Durante il nostro primo incontro, ho voluto sapere da dove gli fosse venuta quest’idea del concorso e ho scoperto che la vita di Ahmed, come quella di tutti gli altri allievi della sua classe di prima liceo, era stata completamente stravolta dall’aver preparato e vinto il Concorso nazionale della resistenza e della deportazione. Non conoscevo questo concorso. Ahmed mi ha raccontato la sua avventura e ho sentito quanto quell’esperienza collettiva l’avesse trasformato.

Mi è immediatamente venuta voglia di fare un film a partire da quella storia.

UVNV_MOR3757E glielo ha detto?

Certamente. Gli ho specificato che tutto quello che mi aveva raccontato e che non era nella sua sceneggiatura o era solamente accennato era al tempo stesso sconvolgente e molto impressionante. Ero molto commossa dal percorso di quel giovane che sembrava non subire il disfattismo imperante e l’immobilismo apatico così frequente nell’adolescenza. Gli ho chiesto che cosa si aspettava da me. Ha assunto un’aria piuttosto sorpresa. E durante il nostro appuntamento successivo abbiamo chiamato Madame Anglés, che era stata la professoressa più importante di Ahmed e di cui avevo trovato il numero di telefono sulle pagine gialle. Si è molto stupita che uno dei suoi allievi fosse rimasto tanto colpito dall’anno che avevano passato insieme. Poi abbiamo iniziato a scrivere la sceneggiatura.

Come avete proceduto?

Ponevo ad Ahmed ogni genere di domanda, stando molto attenta ai dettagli e a quello che a lui sembrava di secondaria importanza. Gli ravvivavo la memoria. E ho adorato immergermi nella vita di un giovane francese musulmano appassionato di cinema e mosso dal desiderio di fare qualcosa della sua vita. Ho trascorso molto tempo con Ahmed, a casa sua, nel suo quartiere. E sono tornata sui banchi del liceo!

Ha avuto bisogno di incontrare i veri protagonisti della storia?

No. Sono stati fondamentali solo la parola di Ahmed e il suo sguardo su alcuni dei compagni di quella classe. I loro percorsi, la loro evoluzione, i loro rapporti per il tramite di Ahmed e Anne Anglès, la loro professoressa. E poi mi sono in gran parte affidata al documento che avevano elaborato in occasione del concorso. Grazie ad Ahmed sapevo da dove erano partiti e leggendo quel testo scoprivo dove erano arrivati. Mancava solo da costruire le loro problematiche e il loro percorso.

Ha affidato ad Ahmed il ruolo di se stesso?

È difficile rispondere con chiarezza a questa domanda oggi. Dal mio punto di vista no, poiché mi rivedo a spiegare ad Ahmed l’importanza di mantenere una certa distanza e un certo scarto tra lui e Malik, il suo personaggio.

Durante le riprese, è rimasta molto fedele alla sceneggiatura di partenza?

Sì, pur facendo improvvisare molto gli adolescenti. Abbiamo filmato con tre macchine da presa, quindi ci siamo ritrovati con chilometri di girato e costruire il film al montaggio è stata una sfida molto impegnativa. Sul set e soprattutto in sala montaggio ho scoperto che era importante che non lasciassi mai la classe. Era l’atomo del film e appena ci allontanavamo da quel luogo io perdevo il filo. È per questo motivo che abbiamo tagliato la maggior parte delle scene in cui si vede Madame Gueguen e i suoi alunni (ad eccezione di Malik e Mélanie) fuori dal liceo. Si sono di fatto eliminate da sole per l’esigenza di centrare il film sull’evoluzione dell’investimento dei ragazzi. Del resto, più si va avanti nel film, meno si sente parlare la professoressa. I ragazzi si impadroniscono della storia. Fanno propria la loro storia.

Secondo lei, come riescono Anne Gueguen, il personaggio del film, e Anne Anglès, la vera professoressa, a conquistare gli allievi e farsi ascoltare, mentre la supplente precipita in un baratro?

Per capire meglio ho seguito alcune lezioni di Anne Anglès al liceo Léon Blum e sono rimasta colpita dalla sua bonaria autorità che invita al rispetto reciproco. Gli allievi hanno paura di averla come insegnante alla ripresa dei corsi perché ha la fama di essere «dura», ma paradossalmente sono sempre tristi nel lasciarla alla fine dell’anno scolastico. Ogni volta riesce a portarli dove non avrebbero mai immaginato di arrivare. Ho assistito ad altre lezioni in licei molto diversi gli uni dagli altri allo scopo di capire che cos’è oggi una classe di prima. Nella maggior parte dei casi, il professore parla su un sottofondo di leggero brusio diffuso, con studenti che si muovono in continuazione in base alle vibrazioni dei loro telefonini che tengono in tasca o sulle ginocchia. All’improvviso li vedi chinarsi e inviare sms. La voce del professore diventa solo un elemento tra tanti altri, completamente scollegata, e il ragionamento dell’insegnante non trova un punto di contatto con gli allievi.

Forse, ma UNA VOLTA NELLA VITA mostra il contrario: degli adolescenti che scoprono che una storia che consideravano un reperto archeologico o una provocazione ideologica in realtà li riguarda ai massimi livelli!

Sì, è un film ottimista e tanto più ottimista quanto si tratta di una storia vera che dimostra che è possibile appassionare anche i più reticenti, a condizione che vengano messi al centro del percorso didattico. Gli allievi cominciano ad interessarsi al concorso quando sono attivi. E in quest’evoluzione c’è un momento cruciale: l’incontro con un testimone, Léon Zyguel, deportato quando era adolescente.

Léon è abituato a rendere la sua testimonianza davanti alle classi. È la lotta che da 70 anni ha scelto di condurre nella vita, poiché l’incontro a quattr’occhi con l’incarnazione della Storia è sempre, per tutti gli studenti che si preparano al concorso, un momento sconvolgente. Lo è stato anche per gli adolescenti del film. Tenevo molto alla presenza di Léon Zyguel, che era andato all’istituto Léon Blum l’anno in cui Ahmed ha preparato il concorso. Ma Léon è un signore molto richiesto e ho dovuto corrergli dietro per convincerlo ad accettare. Era diffidente per il fatto che si trattava di un film di finzione. Ovviamente abbiamo fatto una sola ripresa ed è stata l’unica scena girata quel giorno. Ai miei attori ho dato una sola indicazione: per una volta, dimenticatevi che stiamo girando un film, ascoltate Léon e partite per compiere questo viaggio nella sua memoria. E Léon ha parlato con loro esattamente come fa di solito davanti a delle vere classi.

Madame Gueguen è innanzitutto la straordinaria Ariane Ascaride. Come è arrivata a sceglierla?

È stato il suo agente a suggerirmela perché aveva letto la sceneggiatura. Durante il nostro primo incontro ho avuto modo di misurare il suo impegno in difesa di certi valori. Il suo modo di parlare della sceneggiatura era così diverso da quello di un’attrice che l’ha semplicemente letta. Era la cittadina impegnata, la figlia di un partigiano a parlarmi ed è stato molto commovente. Tuttavia volevo «trasformarla» un po’. Le ho chiesto di tagliarsi i capelli. Ariane ha la stessa energia, la stessa vitalità di Anne Anglès.

E la scelta di Créteil?

Un’evidenza. Non solo perché la storia era realmente avvenuta lì, ma anche perché Créteil è una città molto cosmopolita, multi confessionale, che ha sempre coltivato le sue diversità. E si dà il caso che il liceo Léon Blum sia anche estremamente interessante sul piano visivo nella sua concezione e nel suo impianto. Dunque che senso avrebbe avuto andare a girare da un’altra parte?

Che cosa conosceva delle classi di prima liceo che spiega il fatto che sia riuscita a ricostruirne così bene l’atmosfera?

La mia prima liceo risale ormai a molto tempo fa! Ho quindi assistito a numerosi corsi di francese, di matematica, di storia, di geografia. Sempre prime liceo, ma in città diverse.

Condividi questo articolo!

Commenti chiusi