‘Una famiglia’ schiava di un amore malato

Al cinema dal 28 settembre UNA FAMIGLIA, un film di Sebastiano Riso con Micaela Ramazzotti, Patrick Bruel, Pippo Delbono, Fortunato Cerlino, Marco Leonardi, Matilda De Angelis, Ennio Fantastichini. Sceneggiatura di Andrea Cedrola, Stefano Grasso, Sebastiano Riso. Una produzione Indiana Production con Rai Cinema con la partecipazione di BAC Films Production

Il vero tema di questo film non è l’utero in affitto né le madri surrogate né le adozioni illegali. Un film parte sempre da un argomento, in questo caso di sicura quanto controversa attualità, ma poi, almeno per quanto ci riguarda, va ad approfondire una dinamica umana, una relazione, dei personaggi che siano il più possibile rappresentativi. In questo film la dinamica umana è quella della dipendenza, la relazione è un rapporto morboso tra un uomo e una donna che si amano ma di un amore malato, che genera sofferenza, non serenità, disagio, non armonia. E i personaggi sono quelli di Vincent e Maria, lui un uomo distruttivo e in realtà anche autodistruttivo (fino a vendere i suoi stessi figli), lei una donna fragile e a lui soggiogata a tal punto da perdere la libertà sul proprio corpo, ma che nel corso della storia troverà la forza di ribellarsi.

Vincent è nato cinquant’anni fa vicino a Parigi, ma ha tagliato ogni legame con le sue radici. Maria, più giovane di quindici anni, è cresciuta a Ostia, ma non vede più la sua famiglia. Insieme formano una coppia che non sembra aver bisogno di nessuno e conducono un’esistenza appartata nella Roma indolente e distratta dei giorni nostri, culla ideale per chi vuole vivere lontano da sguardi indiscreti. In più, Vincent e Maria sono bravi a mimetizzarsi: quando prendono il metrò, si siedono vicini, teneramente abbracciati. A volte cenano al ristorante, più interessati a guardarsi negli occhi che al cibo nei loro piatti. Quando tornano a casa, fanno l’amore con la passione degli inizi, in un appartamento di periferia che lei ha arredato con cura. Eppure, a uno sguardo più attento, quella quotidianità dall’apparenza così normale lascia trapelare un terribile progetto di vita portato avanti da lui con lucida determinazione e da lei accettato in virtù di un amore senza condizioni. Un progetto che prevede di aiutare coppie che non possono avere figli. Arrivata a quella che il suo istinto le dice essere l’ultima gravidanza, Maria decide che è giunto il momento di formare una vera famiglia. La scelta si porta dietro una conseguenza inevitabile: la ribellione a Vincent, l’uomo della sua vita.

Questo film è stato ispirato da storie vere. Esiste un mercato nero di bambini anche in Italia, come in molti paesi del cosiddetto Terzo Mondo, che si tiene in piedi grazie a una fortissima richiesta. Prova ne sono le numerose inchieste che si sono susseguite in questi ultimi anni dal Nord al Sud di Italia.

Unafamiglia_footagestills_day1to7_dailiesCC-01“Nel corso delle nostre ricerche – afferma il regista -, abbiamo avuto modo di ricevere spunti e suggerimenti dal Procuratore Raffaella Capasso, che ha seguito alcuni casi, quando era alla procura di Santa Maria Capua Vetere. Sincerità e discrezione sono alla base del mio approccio alla messa in scena: senza risultare invadente, volevo essere presente, sempre accanto a Maria. La macchina da presa è sempre presente in scena, fisicamente addosso ai protagonisti, operata interamente a mano e pronta ad accompagnarli nella loro performance. Una macchina da presa che volerà via durante una scena cruciale e violenta, in modo da riflettere sulla nostra indifferenza, sul nostro essere ciechi e sordi al dolore che ci circonda, alla violenza che si consuma nell’appartamento accanto al quale viviamo. Il mio desiderio, in quel momento così delicato, era dare discrezione e pudore alla MDP, che in un’altra scena fondamentale si allontana per rispettare il dolore che prova una madre davanti alla salma della propria figlia. Ed è proprio per pudore che il corpicino della bambina e la sofferenza della madre non vengono mostrati. Abbiamo cercato di sintetizzare regia e fotografia, ad esempio attraverso la scelta di focali Macro, che ci hanno permesso di raccontare attraverso i dettagli la vita della protagonista. Ho cercato inoltre di fare un uso calibrato della musica, così da evitare inutili sottolineature, quell’enfasi che non appartiene al mio stile di regia, fatto soprattutto di sottrazione (ma senza rinunce). È una scelta ben precisa, un punto d’arrivo: mi sembra di poter dare, in questo modo, maggiore importanza alla narrazione, che rischierebbe di essere compromessa dall’esibizione forzata della MDP. Era importante per me e per il mio DoP Piero Basso nonché Operatore, che si creasse una fusione tra noi osservatori e chi la storia la viveva dal di dentro. Il set è così diventato un mondo dove gli attori si muovevano liberamente. Io ed il DoP eravamo in costante contatto via radio durante le riprese e potevamo scegliere quello che al momento ci sembrava la prospettiva più interessante per la nostra indagine”.


“Non volevamo raccontare la periferia romana – continua Riso -, che per essere descritta richiede un rispetto e una abilità
che spero un giorno di poter possedere. Volevamo raccontare una Roma più astratta, se vogliamo più mentale. Roma, altrove così realistica e persino carnale, nel nostro film è un luogo quasi metafisico. Prendiamo per esempio il viaggio di Maria a Ostia: per me non era importante raccontare la vera Ostia, quella che anche recentemente è stata raccontata in modo così diretto e naturalistico, su tutti mi viene in mente Claudio Caligari con il suo ultimo film. Qui invece Ostia è sì riconoscibile ma rimane sullo sfondo, il mare dove Maria si perde con lo sguardo meditando forse una fuga impossibile non è il mare di Ostia, ma è il mare, come uno se lo immagina quando lo configura mentalmente. Stesso discorso per Roma. Abbiamo operato una stilizzazione della realtà che nella dimensione spaziale (ma anche in quella temporale) è particolarmente evidente. Solo nelle dinamiche tra i personaggi, e ancora di più, nei dialoghi, ci siamo attenuti a un realismo stretto, e il risultato di questo incontro – messa in scena anti naturalistica e scrittura mimetica – è a mio avviso uno dei punti di forza del film.

“Sono veramente onorato di essere stato in concorso a Venezia, un festival che ha una storia così importante, che ha ospitato i registi e gli attori più grandi del cinema contemporaneo. E sono felice di poter condividere questa esperienza con i miei attori. Sul set la storia ci ha molto coinvolto tutti dal punto di vista emotivo, Micaela ha fatto un grandissimo lavoro sul suo personaggio e mi emoziona l’idea di essere parte, con lei, con tutti loro, di una competizione così prestigiosa”.

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