Monsieur Hulot torna sul grande schermo.

Per quattro settimane torneranno nelle sale quattro dei capolavori del maestro del cinema comico francese Jacques Tati, incominciando con “Mon Oncle” e finendo con “Giorno di festa”.

jacques-tatiAd aprire le danze sarà appunto la pellicola vincitrice dell’Oscar come miglior film straniero e del Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes del 1959: “Mon Oncle (Mio Zio)”, in una versione completamente restaurata. La nuova distribuzione nei cinema italiani fa parte del progetto della Ripley’s Film che sta portando, con eventi speciali, anche molti altri capolavori della storia del cinema. Oltre a “Mon Oncle” troveremo nelle sale “Tempo di Divertimento (Playtime)” il 14 giugno, “Le vacanze di Monsieur Hulot” il 20 e “Giorno di Festa” il 27 giugno. Monsieur Hulot, questo è il nome dell’alter ego cinematografico che troveremo in ogni pellicola di Jacques Tati, tornerà nello splendore del buio cinematografico con i suoi elementi inconfutabili: il suo lungo, anzi lunghissimo impermeabile beige, la sua pipa e la sua bicicletta da hipster antelitteram (non per nulla è uno dei registi preferiti di Wes Anderson).

Con “Mon Oncle” Tati aveva voluto iniziare una feroce critica alla società dei consumi. Cosa che ritroveremo anche in successive pellicole come “Playtime”, per il sottoscritto il suo capolavoro, il film e folle impresa con dei costi da kolossal che lo costringerà a un ritiro dalle scene, dopo un “quasi” insuccesso al botteghino.

Era il 1967 e “Playtime” è stata in assoluto la sua più grande sfida: un’intera città ipermodernista ricostruita (Tativille), migliaia di comparse e una colonna sonora stereofonica a cinque canali. I costi superarono di gran lunga gli incassi.

Così scriveva François Truffaut del capolavoro del regista: “PlayTime non assomiglia a nulla che già esista nel cinema. È un film che viene da un altro pianeta…Forse PlayTime è l’Europa del 1968 filmata dal primo cineasta marziano…”.

Sul regista invece Buster Keaton era molto laconico: “Tati ha cominciato là dove noi abbiamo finito”. Questo era invece quello che il regista diceva di sé: “Prima di girare film ero un mimo: dovevo riprodurre per la gioia degli spettatori quello che osservavo nella vita. Nel cinema ho portato la stessa tecnica di osservazione del prossimo, copiando la vita, mostrando le piccole assurdità e i tratti tipici dei singoli individui”.

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