Babadook: l’uomo nero vive dentro di noi.

 

Con Babadook l’affermata casa di distribuzione internazionale Koch Media dà inizio, dal 15 luglio, a un’etichetta italiana specializzata in film horror, la Midnight Factory. Ed esordio migliore non poteva essere individuato, visto che il piccolo film australiano è un concentrato di tensione e ottime intuizioni registiche che è riuscito a farsi notare in giro per i festival di tutto il mondo, non ultimo il Torino Film Festival, che ha presentato l’horror sull’uomo nero proprio nella sezione collaterale dell’edizione 2014.

poster_BABADOOKGià regista nel 2005 del corto Monster, che funge da ispirazione per Babadook, l’australiana Jennifer Kent esordisce nel lungometraggio proprio con questo film, dopo una carriera decennale come attrice al cinema e in serie tv. Un inizio folgorante che pone immediatamente i riflettori per l’ex attrice all’interno della cerchia dell’horror, visto che Babadook riesce a incuriosire e convincere un po’ tutti, dalla critica allo spettatore più smaliziato.

La storia è minimale e incentrata su un particolare rapporto tra madre e figlio. Lei, Amelia, è un’infermiera sulla quarantina, vedova da circa 7 anni, quando ha perso il marito che la portava in ospedale per partorire suo figlio Samuel. Lui è una piccola peste, bambino iperattivo e introverso che ha seri problemi con la disciplina. Quando Samuel trova un libro pop-up e chiede alla mamma di leggerglielo prima di addormentarsi, la loro vita cambia: nel libro è raccontata la vicenda del Babadook, un essere dell’oscurità che si insinua nelle vite dei bambini che decide di perseguitare spingendoli alla follia e alla tragedia. Influenzato e spaventato dalla storia, Samuel dice di vedere Babadook e, in effetti, qualche cosa di strano sembra essersi insediato nella loro casa.

Parte quasi come una commedia indie Babadook, con il piccolo Samuel che le fa passare di tutti i colori alla sfortunata madre, ma già si intravede una vena malinconica che poi segnerà la cifra stilistica del film. La raffinatezza di Babadook si nota nell’attenzione che la Kent, anche sceneggiatrice dell’opera, riserva nella descrizione dei due personaggi, approfonditi a dovere e perfettamente caratterizzati dalla bravura degli attori, l’affascinante Essie Davis di Matrix 2 & 3 e La ragazza con l’orecchino di perla, e il talentuoso Noah Wiseman, che con Babadook esordisce davanti alla macchina da presa. Lei è una donna apprensiva che ha visibilmente concentrato tutta la sua vita sul figlio, un bambino molto intelligente che vuole stare al centro dell’attenzione e riesce a cacciarsi nei guai nei modi più fantasiosi possibile. Il lutto che segna il passato dei due è una grossa occasione di rimpianto per lei e una sorta di colpa oscura e inconsapevole su di lui, che sembra trovare personificazione in un mefistofelico Uomo Nero. Perché il Babadook, che efficacemente incarna le paure infantili come ogni bambino fantasticherebbe, sembra essere proprio la materializzazione dell’ossessione, del rimpianto e del senso di colpa.

babadook02Per dare corpo al suo Uomo Nero, la regista si è ispirata palesemente al cinema espressionista di paura. Babadook nelle movenze e nella figura longilinea e spigolosa è Nosferatu, così come le atmosfere rarefatte da incubo, ricche di ombre, sembrano mutuate dal cinema di Robert Wiene.

Se Babadook è un magnifico dramma psicologico nella prima parte e si tinge in maniera impeccabile di soprannaturale a poco a poco, quando si fa più dichiaratamente horror nell’ultimo blocco cede un poco. Alcuni cliché dell’attuale ondata ghost movie USA (alla BlumHouse, per intenderci) vengono colti e riproposti spargendo un po’ di déjà-vu sul prodotto, che nel suo complesso comunque continua a funzionare, confermandosi uno dei migliori film horror degli ultimi mesi.

Roberto Giacomelli

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