Loro chi? Marco Giallini versus Edoardo Leo.

David, 36 anni e un’unica ambizione: guadagnare la stima del presidente dell’azienda in cui lavora, ottenere un aumento di stipendio e la promozione da dirigente. Finalmente la sua occasione sembra arrivata: dovrà presentare un brevetto rivoluzionario che gli garantirà la gloria e l’apprezzamento inseguiti da sempre.

Ma in una sola notte l’incontro con Marcello, un abile imbroglione aiutato da due avvenenti socie, cambierà il corso della sua vita. David perde tutto: fidanzata, casa e lavoro e per recuperare dovrà imparare l’arte della truffa proprio da colui che l’ha messo nei guai. Una storia che ha i colori e sapori della commedia, i ritmi del giallo e la fantasia di inganni multipli. E dove niente, probabilmente, è come sembra.

Al cinema dal 19 novembre “Loro chi?”, film d’esordio alla regia per Fabio Bonifacci e Francesco Miccichè, con protagonisti Edoardo Leo (David, il truffato) e Marco Giallini (Marcello, il truffatore).

Il film, prodotto da Picomedia e Warner Bros. Entertainment Italia, uscirà il 19 novembre distribuito da Warner Bros. Pictures.

Per Marco Giallini ”è stato bello misurarsi con il travestitismo. Vestirsi da frate, da poliziotto. In fondo questo è un film d’azione, una commedia d’azione”. Per Giallini c’è poi del bello anche nell’essere il truffato: ”meglio fare una vita stupenda anche per poco che vivere la mediocrità sempre. Io davvero mi sarei fatto truffare volentieri per un mese di donne, auto belle e alberghi lussuosi, come è capitato a David”. ”Ho creduto a Babbo Natale fino all’età di sette anni – racconta Edoardo Leo durante la presentazione del film -. L’arte stessa è un inganno”. “Perché non credere e non lasciarsi affascinare da chi inventa storie incredibili? – continua Edoardo Leo -. A volte essere truffati può essere un’esperienza davvero unica. Certo parliamo di quelle truffe assurde che creano mondi interi e non di roba grigia o burocratica. Ecco in questi casi dopo anni racconti la tua esperienza quasi come se stessi parlando di un’avventura speciale, certo ci stai anche male inizialmente ed è normale. Questo comunque sia chiaro è un discorso visto da un punto di vista romanzesco, se parliamo di legalità è altro discorso ovviamente”.

Fabio Bonifacci, come è nata questa storia?
“Al contrario che in altri casi, è nata da episodi capitati a me. Da giovane, una sera conobbi il cameriere di un locale che mi propose di andare a conoscere le sue vicine di casa, due bellissime olandesi. Sentivo qualcosa di strano e rifiutai, ma mi rimase la curiosità di sapere cosa c’era dietro, per cui scrissi un incipit che si fermò lì. Qualche anno dopo, insieme a un mio amico, fui narcotizzato e rapinato da due ragazze: sembrava il seguito perfetto! Poi, anni fa, un truffatore si presentò in Puglia dicendo di essere Fabio Bonifacci e, con la scusa di scrivere un film ambientato in zona, si fece mantenere 20 giorni a mio nome. Insomma, sembrava che la mia vita stesse scrivendo questo film, così ho deciso di scriverlo davvero”.

Che cosa le stava a cuore raccontare scrivendola?
“Nel film ci sono diversi argomenti. Uno, quello iniziale di David, sta nella domanda: che fine fanno sogni e desideri giovanili che non si sono realizzati? Un altro tema, che entra in scena con Marcello, è il fascino malvagio di certe truffe, in cui il truffatore ti frega realizzando i tuoi sogni o i tuoi desideri. Per cui, in sostanza, ti frega facendoti contento. Questo meccanismo mi ha sempre affascinato e spaventato anche perché tendo a caderci. C’è poi un tema che percorre in modo sotterraneo tutto il film e che riguarda la solitudine nella società attuale e tecnologica. Le truffe di Marcello sono un modo – pur illegale e immorale- di combattere questa solitudine e creare contatti, incontri, imprevisti, sorprese. Marcello “scrive storie nella realtà”, perché la realtà ha perso magia e siamo tutti sempre più isolati”.

È evidente l’omaggio alla grande tradizione della commedia italiana, a interpreti come Gassman o Sordi o a film celebri incentrati su grandi truffe tipo Il mattatore di Risi: che atteggiamento ha lei verso la commedia di costume degli scorsi decenni, pensa che sia un genere che abbia ancora molto da dire e da tramandare?
“Beh, quel tipo di commedia è la nostra tradizione, la nostra cultura, forse un po’ la nostra anima. Fin da quando ho iniziato a scrivere, l’ho avuta presente senza sforzarmi di farlo, perché era l’aria che respiravo. Ma non mi dichiaro figlio di quella tradizione per pudore: ho paura che qualcuno esca dalla tomba a dirmi “Come ti permetti?”.

Ci sono nel film alcuni nessi evidenti verso l’attualità recente o crede che lo sviluppo degli eventi possa essere ipotizzabile e plausibile in ogni epoca e in ogni contesto?
“In senso stretto c’è poca attualità, volevamo fare un film universale, che poggiasse più sulle caratteristiche dalla natura umana che su una specifica situazione sociale. Poi certo, il film è ambientato qui e ora, quindi qualche riferimento c’è: come quando Marcello spiega perché la legislazione italiana offre ottimi incentivi al settore truffe”.

Qual è a suo parere la singolarità di questa commedia nel panorama odierno?
“Non starebbe a me dirlo, ma la vedo in due elementi. Uno è che il film non è pura commedia, sta in una zona di confine con altri generi: giallo, on the road, film di truffe. L’altro elemento è che si ride ma il nostro obiettivo principale non era far ridere, era raccontare una storia che ci sembrava bella. Tante idee divertenti ma non necessarie sono state buttate via. Questo focus sulla trama ha forse una sua originalità nella commedia, genere che non teme le deviazioni e anzi spesso ne fa occasione di divertimento”.

Ha un ricordo particolare del periodo della lavorazione a cui si sente più legato da un punto di vista emotivo o di soddisfazione personale?
“La prima scena sulla scogliera. Era l’inizio delle riprese, il battesimo del fuoco con una scena complessa, piena di cambi interni. Sulla carta mi piaceva molto ma avevo anche paura fosse difficile farla in modo credibile. Siamo partiti con le prove, Giallini e Leo hanno iniziato a dare vita e verità a ogni gesto e ogni battuta in modo quasi magico. A un certo punto mi sono accorto che li guardavo con la curiosità di vedere come finiva la scena, che ovviamente sapevo a memoria. Allora dentro di me ho sorriso”.

Che cosa le ha fatto decidere di impegnarsi nella sua prima regia e come si è preparato?
“La curiosità. Ho scritto tanti film, in alcuni avevo seguito un po’ la preparazione, in altri un po’ le riprese, o un po’ il montaggio. Ero curioso di seguire tutto il processo. A questa storia ero affezionato e ho chiesto a Miccichè, già incaricato della regia, se aveva voglia di condividerla. Oltre a leggere libri e vedere film, la vera preparazione è stata quella: scegliere un socio che già sapeva fare il regista, e pure bene”.

È stato un evento occasionale o pensa di proseguire su questa strada?
“Occasionale. La mia passione è scrivere. Ho ripreso a farlo e non mi pesa che siano altri a girare, anzi mi sembra meglio, così io starò a casa a inventare altre storie. Detto ciò, è stata una bella esperienza e non escludo di ripeterla in futuro ma resterà un’eccezione e non accadrà a breve. Il mio mestiere è un altro”.

Francesco Miccichè, come è stato coinvolto nel progetto e che cosa le stava a cuore raccontare?
“Io e Fabio Bonifacci ci conosciamo da tempo, abbiamo lavorato insieme per un programma televisivo una quindicina di anni fa: lui era autore ed io regista, da allora ci siamo risentiti e visti varie volte, ogni volta promettendoci di rilavorare insieme. Due anni fa abbiamo identificato la storia, Loro chi? era perfetta. Fabio era molto legato a questa sceneggiatura, mi ha chiesto quindi di co-dirigere il film, e io ho detto di sì, a patto che le divisioni di ruoli sul set fosse chiara. E così è stato. Per me collaborare con un altro regista sarebbe stato complicato ma con Fabio, uno sceneggiatore che di carattere ha molte affinità con me e con cui c’è grande stima, ero sicuro che saremmo andati d’accordo. La storia di Loro chi? mi ha subito interessato perché metteva insieme due cose che fanno parte del mio bagaglio registico: la commedia e il giallo. Loro chi? era la storia giusta per me proprio perchè metteva insieme queste mie due anime. Con Fabio, che mi avrebbe affiancato alla regia, abbiamo poi coinvolto il produttore Roberto Sessa con cui avevo lavorato in passato. La cosa buffa per me è che a 48 anni mi ritrovo ad essere un esordiente nel cinema, ma date le oltre cinquanta prime serate di fiction non mi sento affatto tale. Fabio poi ha scritto più di 20 film… Insomma siamo una coppia di esordienti molto esperta”.

Come e perché avete scelto i due interpreti principali?
“Avevo già lavorato con entrambi. Quindi prima di girare questo film io li conoscevo bene e sapevo cosa avrebbero potuto dare insieme. Sono una coppia perfetta, sono amici e hanno recitato altre volte uno accanto all’altro. Il destino di chi fa questo mestiere è strano. Oggi loro due hanno dei nomi popolari e “di moda” ma quando io li ho conosciuti non lo erano. Io ho sempre avuto fiducia nelle loro capacità, ma evidentemente i produttori e altri registi meno. Io sapevo che Marco è un attore che va molto al nocciolo della recitazione, uno che basa tutto sulle proprie capacità istintive, mentre Edoardo è un tipo molto riflessivo che studia moltissimo. Marco studia meno. Questi due diversi modi di affrontare il set, apparentemente in conflitto, in realtà si sono trasformati invece in un collante che li ha portati a trovarsi molto bene tra loro e con noi”.

Ha un ricordo particolare del periodo della lavorazione a cui si sente più legato da un punto di vista emotivo o di soddisfazione personale?
“Un bel ricordo è quello della scena del concerto rock in cui Marco Giallini ha potuto realizzare il suo sogno di sempre, quello di essere una rockstar. Ancora oggi mi rimprovera, perché avrebbe voluto più spazio per quella scena, e questo è bello perché ti dá la misura della passione che ci mette in quello che fa. L’idea di far indossare agli spettatori del concerto le maschere con il viso di Marco riprodotto (o meglio del suo personaggio) era molto forte e lo sapevamo, ma quando abbiamo visto l’inquadratura nei monitor ci siamo emozionati, perché abbiamo capito che poteva essere quella l’immagine del film. Questo è il bello per chi fa cinema secondo me, scoprire che quello che fai ti stupisce e ti emoziona. E quando ci si emoziona girando una scena, è molto probabile che si emozionino anche gli spettatori. Questo film può essere letto anche come un racconto sull’identità, sul doppio, e la scena del concerto può essere vista con questa intrigante lettura”.

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