The dressmaker, lo spaghetti western australiano.

2014_11_24TheDressmaker_1803La regista Jocelyn Moorhouse sceglie l’irresisibile ex fidanzatina di Titanic, Kate Winslet, per intepretare la protagonista di The Dressmaker, e l’affascinante fratello minore di Thor, Liam Hemsworth, per il ruolo dello spasimante. La bellezza, quindi, per un film che è difficilmente indentificabile in un solo genere: è una commedia, è un giallo, è un thriller, è un western e anche un film drammatico. Quello che invece è facile individuare è la potenza narrativa di una storia che sorprende con continui colpi di scena e con un finale inaspettato che rende questo lavoro imperdibile.

“Volevo creare, nella sceneggiatura e sullo schermo – afferma il regista -, un’atmosfera quasi ‘western’, un paesaggio archetipico, difficile, duro da affrontare, un paesaggio in cui uomini e donne devono lottare per sopravvivere, ma in cui, al tempo stesso, sono accompagnati da un sottile senso dell’umorismo e, soprattutto, dello stile. Per questo, ho pensato a un’atmosfera quasi da leggenda, un piccolo, anonimo paesino con un segreto, che cerca di scacciare un angelo sceso dal cielo per scatenare la propria vendetta”.

Kate Winslet ricorda: “È una commedia dark, talvolta strana, che dipinge un’affascinante relazione madre-figlia. È l’insieme di tutti questi elementi che mi ha conquistata. Quando ho letto per la prima volta la sceneggiatura, ho notato quanto questa donna sia diversa da tutte le altre. In lei c’è una forza incrollabile, a volte quasi aggressiva; è una donna che ha dovuto affrontare sfide importanti per diventare quella che è”.

The Dressmaker che, arriva al cinema dal 28 aprile con Eagle Picture, è tratto dal romanzo omonimo pubblicato nel 2000 dell’autrice, Rosalie Ham.

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Il film è ambientato nel 1951. Tilly Dunnage, affascinante e talentuosa stilista, dopo aver lavorato per anni per i più grandi atelier parigini di haute couture, decide di far ritorno a Dungatar, un piccolo paesino nel sud est dell’Australia. Dopo quasi 20 anni di assenza, Tilly, che – ancora bambina – ha dovuto abbandonare la città natale in seguito a un tragico evento, torna per stare accanto all’eccentrica madre, Molly (la meravigliosa Judy Davis), e affrontare un passato scomodo e doloroso. Nel cuore di Tilly matura un desiderio di vendetta. A Dungatar tutti conoscono Tilly. Ottusi, curiosi, scontrosi e poco socievoli, gli abitanti di Dungatar difendono un equilibrio precario, consapevoli che nessun segreto è davvero al sicuro. Il ritorno di Tilly in città fa vacillare questo labile equilibrio. La minaccia si veste di strane ed esotiche stoffe, giunte dalla Francia fino a Dungatar a bordo di cassapanche cariche di tessuti.

Il sergente Farrat (Hugo Weaving) è il primo a notare con quanta grazia e passione Tilly dia vita alle proprie creazioni, fatte di seta e fili pregiati. È lui a giocare il ruolo di interfaccia tra Tilly e gli altri abitanti del paese, che non hanno dimenticato la tragedia di cui hanno sempre creduto colpevole Tilly – tanto da indurla a partire e ad esiliarsi in Francia.

Tilly sente di essere stata ingiustamente accusata, ma non ha un chiaro ricordo di quanto accaduto. Gli abitanti di Dungatar, attratti dalle sue incredibili abilità sartoriali, la aiuteranno più o meno consapevolmente a ricostruire il mosaico della verità, tessera dopo tessera. Gli abiti meravigliosi che Tilly sa creare diventano un’arma contro i suoi detrattori. Ma la vendetta si paga a caro prezzo.

La posta in gioco si fa alta quando Evan Pettyman (Shane Bourne), che nutre nei confronti di Tilly e Molly un odio viscerale, assume la stilista agée Una Pleasance (Sacha Horler), una stilista di Melbourne, perché metta in difficoltà Tilly e decreti la fine della sua carriera. In questo percorso, tuttavia, Tilly impara anche ad aprire il cuore e a dispetto di ogni idea precostituita si innamora del più grande giocatore di football del luogo, Teddy McSwiney. Cosa ancora più sorprendente, riesce a riannodare quel sottile e fragile filo che la lega teneramente alla madre Molly. In una spietata competizione a colpi di ago e filo, la trasformazione degli abitanti di Dungatar passa dai loro piccoli e grandi difetti, rivelando quanto siano aridi e vuoti i loro cuori.

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La regista, Jocelyn Moorhouse, afferma: “Un mio amico stilista una volta mi ha detto che gli abiti sono un’arma. Sono d’accordo. Mi piace molto l’idea che una donna riesca a realizzare la propria volontà disegnando abiti straordinari, capaci di trasformare chi li indossa, e che gli abiti in sé siano delle armi contro gli altri”. In ‘The Dressmaker – Il diavolo è tornato’ gli abiti sono fondamentali. Se l’importanza dei costumi è innegabile in ogni film, qui i costumi costituiscono quasi la gnoseologia della storia.

Rosalie Ham aveva in mente determinati abiti quando ha scritto il romanzo: “Gli abiti sono come un travestimento, coprono il corpo… Io volevo esplorare proprio questo aspetto, come un abito nasconde o enfatizza i difetti – vanità e gelosia incluse – ecco, è partito tutto da lì”. In The dressmaker – Il diavolo è tornato la moda è trasvestimento. Tilly Dunnage fa appello al loro senso di vanità e competizione delle donne di Dungatar, che per troppo tempo si sono
trascurate o sentite trascurate. Tilly fa germogliare in loro un falso senso della speranza, tendendo una mano – o meglio, un filo – a cui appendersi. Tilly sa cucirle e scucirle, e loro si lasciano fare, come osserva Rosalie.

Hugo Weaving, nei panni del sergente Farrat, afferma: “Il tono di questo film è cosa molto complicata. L’atmosfera doveva essere concreta, ma al tempo stesso sfiorare l’irrealtà. Alcuni personaggi potrebbero essere reali, altri invece sono volutamente esagerati. I costumi riflettono la loro personalità”.

Kate Winslet commenta: “Tilly si è formata in Francia, con Balenciaga, Dior e Vionnet. Gli abitanti di Dungatar non capiscono quanto siano magiche e meravigliose le sue creazioni. I suoi abiti sono dei doni e, al tempo stesso, hanno il sapore della vendetta. Da pallide e monotone quali sono all’inizio, le donne di Dungatar alle fine sembrano pronte per il red carpet”.

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Una delle scene più importanti del film, appena dopo l’arrivo di Tilly a Dungatar, è l’incarnazione perfetta del potere creativo di Tilly e della sua capacità di essere il motore narrativo del film. Gira voce, infatti, che Tilly Dunnage, presunta colpevole di una morte misteriosa, sia tornata in città, ma nessuno può dirlo con certezza. Finché un giorno… “Tilly decide di mostrarsi in pubblico e di sconvolgere le loro vite”, dice Kate Winslet. “Per questo decide di andare a una partita di football, spingendo la sedia a rotelle di Molly. Tilly indossa un abito meraviglioso, un abito rosso. All’inizio ha anche un soprabito. Ai piedi, indossa un paio di tacchi rossi. Completano il look occhiali scuri e sigaretta. Una rivelazione”.

Jocelyn Moorhouse aggiunge: “L’abito rosso doveva essere appariscente. È il suo modo per dire: ‘Sono tornata e dovete guardarmi’. Doveva essere rosso, perché quando Tilly arriva è in corso una partita di football e tutti devono fermarsi a guardarla. Tilly è come la sirena per Ulisse nell’Odissea, in cui l’eroe dice “Non guardate loro, non guardate le sirene, legatemi”. Volevamo riprodurre la stessa situazione; Tilly riesce a catalizzare su di sé tutti gli occhi”. Anche quelli del pubblico in sala.

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