“La masseria delle Allodole ti inceppa”

21 luglio 2018 ore 21.32
A piazza Duomo a San Miniato c’è un solo bar, con due giovani bariste, carucce assai, ma un pochetto svogliate, l’impressione è che servendoti ti stiano facendo un favore, un grosso favore e che devi ringraziarle e magari ringraziare un po’ anche Dio, se ci credi, perché sei li nella piazza più bella del loro paese, che domina tutta la valle all’ombra di una cattedrale e di una torre medioevale e non fa nemmeno caldo, grazie ad un maestrale forte il giusto, da creare quella temperatura perfetta gradevole-godevole così mentre cammino sulla ghiaietta di fiume verso le seggiola blu a me assegnata sotto il palco sorseggiando una birra fresca, mi viene davvero di ringraziare il mio Dio per il privilegio che mi sta concedendo; sono sereno, non ho caldo nonostante sia il 21 luglio e pesi 135 kg e lo spettacolo sta per iniziare.

21 luglio 2018 ore 23.15
Non sono più sereno da almeno un’ora, la storia che racconta sto spettacolo è proprio ‘na brutta storia, ma brutta brutta, ed io solitamente non mi lascio impressionare dalle brutte storie, forse perché ho un meccanismo di autodifesa, comune in verità un po’ al genere umano tutto, che le cose brutte tendenzialmente sono lontane nella storia e non ricapiteranno o sono lontane geograficamente e non capiteranno vicino a me; bhe! ‘sto spettacolo, forse anche complici i recenti accadimenti socio politici italiani, mi ha inceppato il meccanismo di autodifesa: non sono più sereno e ho paura adesso.

Solitamente mi fido delle mie impressioni e del mio sentire sicuro di ricordare tutto e anche di più, ma stavolta non posso farne a meno e vado verso il bar dalle due carucce svogliate bariste e chiedo loro carta e penna per scrivere, avendo paura di perdere tutto ciò che sto provando, sentendo, misurando, percependo. E sul blocchettino pubblicitario di tale Mancini Adriana lavorazione artigiana carni suine insaccate – evidentemente la fornitrice del bar ai cui tavolini mi sono accomodato – incomincio a scrivere di getto, e scrivo assai una decina di pagine almeno.

Ora potrei riportarle riassumendo, ma ho deciso di non farlo: non sarebbe giusto; sarebbe uno dei peggiori spoiler dei più infami e non si fa, sarebbe meno infame raccontarvi per filo e per segno lo spettacolo, ‘ste emozioni di cui sto parlando le dovete prova’ limpide, pure descrivervele ve le rovinerebbe.

Quello che posso dirvi è che Michele Sinisi e Francesco M. Asselta sono riusciti a rielaborare e sintetizzare drammaturgicamente non una storia – lo spettacolo è tratto dall’omonimo romanzo di Antonia Arslan sul genocidio armeno -, ma un coacervo, un ibrido di emozioni, creando dei contrasti che toccano, sfiorano, colpiscono, atterriscono.

Dramma_180718_0211La regia affidata al solo Michele Sinisi non è una regia, ma una “direzione d’orchestra”: mi spiego meglio, la mia impressione è stata che ogni attore fosse al servizio della storia con lo stesso peso, con la medesima importanza; che nessuno fosse dominante, o messo più in evidenza rispetto ad un altro, indipendentemente dal numero di battute o dal
tempo della presenza in scena, e ciò genera un profondo, quasi magico, equilibrio interpretativo. Gli attori di una bravura davvero inaspettata vanno a mio avviso anche elogiati per la capacità di aver messo da parte quell’ego, spesso ipertrofico ed ingombrante, tipico della natura dell’artista, godendo nell’essere parte di un “tutto artistico” meravigliosamente ineccepibile.

Quindi st’orchestra teatrante è riuscita a parlare del genocidio di un intero popolo, un efferato genocidio, descrivendo con leggerezza una famiglia e la sua vita di tutti i giorni, che potrebbe essere quella di una qualsiasi numerosa famiglia meridionale, facendomi ridere e sorridere per poi lasciarmi cadere nel baratro oscuro della cattiveria umana camuffata come sempre da altro… non so come dire mai come in questi casi il teatro è realtà e proprio come nella realtà il bene e il male convivono e si intersecano, si aspettano e si combattono.

Qualcosa devo dire anche della scenografia affidata a Federico Biancalani: è come un insieme di tante piccole istallazioni d’arte concettuale. Ora c’è da dire che io l’arte contemporanea “la schifo” profondamente, odio in generale “gli spiegoni” in ogni forma, soprattutto se sono al servizio di un qualcosa di artistico che dovrebbe emozionarmi a priori… ma, in questo caso, “lo spiegone “ è interpretativo: è lo spettacolo che a poco a poco ti fa capire, ti spiega appunto, anche particolari che ti sembravano irrilevanti, accenni ad argomentazioni che mentre guardi reputi inutili, citazioni che paiono assolutamente “campate in aria” (è usata in scenografia anche una telecamera che trasmette in tempo reale come in un arcaico cinema) portandoti alla fine a una sorta di illuminazione che t’arriva come un cazzotto nello stomaco.

In conclusione, riuscire a raccontare il male attraverso la descrizione di una sincera serenità, a volte comica a volte scanzonata, porta lo spettatore una volta che viene investito dal male descritto drammaturgicamente con la stessa sincerità, ad averne una percezione vivida, limpida, impattante, che t’inceppa ogni meccanismo di difesa, ti fa pensare, ragionare e alla fine ti fa giungere alla consapevolezza che il male è lì, è nell’uomo e, forse, è anche dentro di te e non puoi negarlo: può palesarsi col suo carico di giustificazioni mentre sei a casa tua, con la tua famiglia, mentre ridi, mentre scherzi, mentre litighi, mente magari balli, improvvisamente, senza preavviso, o forse t’ha pure avvisato, anzi ti sta avvisando da tempo; ti sta dicendo “ueeeeeee sto arrivando!!!”, ma tu non te ne accorgevi, perché il meccanismo ancora si doveva inceppare.

Dramma_180718_0204Lo spettacolo, in programma in Piazza Duomo a San Minato (Pisa) fino al 25 luglio, è tratto dal romanzo La Masseria delle Allodole di Antonia Arslan. Questo il cast di attori: Stefano Braschi, Marco Cacciola, Gianni D’Addario, Giulia Eugeni, Marisa Grimaldo, Arsen Khachatryan, Ciro Masella, Stefania Medri, Giuditta Mingucci, Donato Paternoster, Roberta Rosignoli, Michele Sinisi, Adele Tirante. I costumi sono di Elisa Zammarchi, le luci di Federico Biancalani e Michele Sinisi. Lo spettacolo è frutto della produzione tra Fondazione Idp, Elsinor Centro di Produzione Teatrale e Arca Azzurra Teatro. Consigliatissimo.

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