Dune, Timothée Chalamet è il messia

Nel sistema feudale che domina l’Universo tra 8 mila anni il potere è nelle mani di un imperatore sotto il quale lottano tra di loro delle importanti casate. Sul desertico pianeta Arrakis, detto Dune, si trova la Spezia, una sostanza preziosa e indispensabile come il petrolio per l’intero Universo. Alla casata Atreides e al suo capo, il Duca Leto viene affidato il controllo del pianeta ma in realtà si sta approntando una congiura per eliminarlo. Leto ha però un figlio, Paul, il quale è dotato di particolari poteri che sta sviluppando con l’aiuto di sua madre. Anche lui finisce quindi con il diventare un ostacolo da abbattere.

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Il romanzo Dune, il primo capitolo del ciclo omonimo scritto da Frank Herbert nel 1965, vincitore del premio Hugo e del premio Nebula, è uno dei più celebri romanzi di fantascienza ed è stato spesso indicato tra i “libri impossibili” da trasporre sul grande schermo, non solo a causa della grande quantità di effetti speciali necessari, ma anzitutto per la notevole complessità della trama e per il particolare stile narrativo utilizzato da Herbert nel suo romanzo, largamente basato su monologhi interiori e dotato di diversi piani di lettura, con un intreccio complesso che coinvolge un gran numero di personaggi differenti. Nei vent’anni trascorsi dall’uscita del libro vi erano già stati vari tentativi di portare Dune sul grande schermo; tutti progetti regolarmente falliti, tra i quali quello più avanzato si doveva ad Alejandro Jodorowsky, il quale aveva coinvolto perfino Salvador Dalí a interpretare il ruolo dell’Imperatore e Orson Welles quello del Barone Vladimir Harkonnen.
Fu il produttore Dino De Laurentiis però ad affidare la regia al giovane David Lynch, che volle occuparsi anche della sceneggiatura collaborando con lo stesso Frank Herbert. Lynch, che era divenuto famoso pochi anni prima con The Elephant Man, prima di allora non aveva mai girato un film di fantascienza. Aveva anzi rifiutato la regia de Il ritorno dello Jedi, terzo episodio della saga di Guerre stellari, ritenendo che l’opera fosse già troppo definita dal produttore George Lucas. Il giovane regista dunque non si era mai confrontato con una produzione dalle dimensioni faraoniche come quella per Dune: tre anni per studiare il look insieme allo scenografo Anthony Masters (2001: Odissea nello spazio); un anno di lavorazione negli studios di Città del Messico con quattro troupe diverse in 75 set con oltre 600 persone; 6 mesi per riprese con gli attori e 6 mesi di post-produzione per gli effetti speciali.

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Il budget per la produzione del film, di circa 38 milioni di dollari, venne sforato di una cifra variabile tra i 4 e i 7 milioni, portando il costo finale da 40 a 45 milioni di dollari a seconda delle stime: Dune è stata così considerata una delle produzioni di fantascienza più spettacolari e dispendiose della storia del cinema per molti anni.
Oggi la storia torna nelle sale cinematografiche il 16 settembre, con la regia di Denis Villeneuve e vede protagonisti Timothée Chalamet, Rebecca Ferguson, Oscar Isaac, Josh Brolin, Stellan Skarsgård, Dave Bautista, Stephen McKinley Henderson, Zendaya, Chen Chang, Sharon Duncan-Brewster, Charlotte Rampling, Jason Momoa e Javier Bardem. La pellicola prodotta da Legendary Pictures e Warner Bros è stata presentata in anteprima mondiale, fuori concorso, alla 78ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia il 3 settembre.
Le riprese del film, iniziate il 18 marzo 2019 negli Origo Film Studios di Budapest e proseguite in Giordania, sono terminate nel luglio 2019. Il budget del film è stato di 165 milioni di dollari.
Il progetto di un remake di Dune è partito nel 2008 ma solo nel 2016, quando la Legendary Pictures ne ha acquisito i diritti e poi ingaggiato Denis Villeneuve – ormai un habituée del genere sci-fi (vanta sul suo curriculum Arrival e Blade Runner 2049) – e il cast di livello stellare, è finalmente decollato.
La storia del cinema è costellata da remake ma questo letteralmente fornisce nuova vita al plot scavando nelle sue pieghe più intime trascurate in precedenza. È quanto accade con questa prova di Denis Villeneuve che affronta le quasi 700 pagine del libro di Frank Herbert, dalla prospettiva filologicamente più corretta e cinematograficamente più efficace. Rinuncia di fatto a una sintesi, destinata inevitabilmente a creare buchi di sceneggiatura data la complessità dell’intreccio, e ci propone una prima parte di notevole durata ma di altrettanto notevole efficacia.
La scelta vincente, in particolare, è quella di aver affidato a Timothée Chalamet il ruolo di Paul che si rivela assolutamente coerente con il percorso di crescita del personaggio. La sua giovane età e il suo aspetto fisico aderiscono a una ricerca interiore che non si limita ad un’acquisizione di forza o di destrezza nell’uso delle armi ma si esplicita in un continuo interrogarsi, su quale sia il senso del suo esistere e il compito che lo attende come essere umano ancor prima che come appartenente a una casata nobiliare. Un’operazione e un attore che riescono molto meglio di Anakin Skywalker in Star Wars e soprattutto di Neo, l’eletto di Matrix. Personaggi predestinati ma senza il valore aggiunto del giovane attore francese.

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