I due Foscari.

Tre artisti italiani portano sul palcoscenico francese la riscoperta del Verdi prima maniera, quello dei cosiddetti “anni di galera”, fornendo una nuova chiave di lettura e restituendo il diritto di considerarlo per la sua autentica bellezza.
Idue Foscari_Toulouse_particolareUna tragedia lirica in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave, dal dramma di Lord Byron, andata in scena per la prima volta al Teatro Argentina di Roma il 3 novembre 1844.
La vicenda, realmente accaduta nella Venezia di metà Quattrocento, ha per protagonista la famiglia Foscari, nobile e potente casata veneziana, sullo sfondo della città lagunare rappresentata quale luogo di intrighi e lotte per il potere. In primo piano, il dramma del vecchio Francesco Foscari, doge di Venezia, che non può salvare il figlio Jacopo, accusato di omicidio e di aver tradito le leggi della Repubblica di S. Marco, ed è condannato all’esilio dal consiglio dei Dieci, che proibisce anche alla moglie e ai figli di seguirlo. Loredano, patrizio rivale del doge, ha ordito un colpo di stato e riuscirà ad esautorare il vecchio Foscari, ma prima di tutto colpisce la famiglia negli affetti. Jacopo, che si rivelerà innocente, chiede clemenza al padre, ma il vecchio Foscari non può opporsi alla decisione del tribunale: la ragion di Stato deve prevalere. Il doge è dilaniato: come capo di stato deve accettare la sentenza dei Dieci, come padre ne soffre fino a morire di crepacuore.
Una Venezia che si riflette nella tragedia di potere e affetti, il gigantismo a significare la parola soffocata, una scenografia dinamica che si trasforma raccontando: la reinterpretazione scenica dell’opera di Verdi è la nuova, appassionata sfida di Cristian Taraborrelli.

In questa rilettura de I Due Foscari, presso il Théâtre du Capitole di Toulouse, sono impegnati lo scenografo Cristian Taraborrelli, il regista Stefano Vizioli e il direttore d’orchestra Gianluigi Gelmetti, direttore artistico e musicale della Orchestre Philarmonique di Monte-Carlo.

Ne I Due Foscari di Giuseppe Verdi la dimensione politica, delle istituzioni, e la dimensione familiare si scontrano sul piano della ragion di stato: la tematica che sottende l’opera, infatti, è la degenerazione degli ingranaggi politici, che disgregano i legami naturali degli affetti in nome di un’ipocrita giustizia.

L’allestimento scenico di Cristian Taraborrelli fa uso di alcuni elementi fondamentali, che si intersecano tra loro su piani differenti, con molteplici significati.
Caratteristica di questi elementi è il proprio dualismo, nel quale si riflette il dualismo del potere: gloria e corruzione insieme, una sorta di nota che risuona in tutta l’opera.
Così il vecchio Foscari, il Doge, che ricopre la massima carica del potere politico, ma viene esautorato dallo stesso potere costituito, che lo mìna e lo corrode dall’interno, colpendolo nei suoi affetti più cari, il figlio.

Frutto di un lavoro di ricerca, Taraborrelli propone una scenografia che si trasforma, raccontando, ed è pervasa dalla tinta tenebrosa che caratterizza l’intera partitura, dando corpo a tutta la vicenda.
La trasformazione si coniuga al gigantismo, del quale lo scenografo si serve per raffigurare delle immagini.
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La grande scultura che campeggia sulla scena, il mezzo busto del vecchio Doge, è infatti simbolo del potere che schiaccia la parte umana, fragile, dello stesso Francesco Foscari: sarà percorso dal Consiglio dei Dieci, a significare la penetrazione nella sua vita più intima, degli affetti, fino a distruggerlo; la sua bocca verrà amputata, segno della parola-legge; il suo stesso corpo diventerà la prigione del figlio Jacopo, causa della sua morte.
In uno dei tableau più significativi, il gigantesco Leone d’argento, emblema dell’opulenza della Serenissima, rivelerà l’altra “faccia”, quella del Doge in rovina, con la bocca come annegata nell’acqua a significare la parola soffocata.

Anche in questo caso il gigantismo diventa un modo per raccontare, quasi dilatare, un sentimento, come già in “Luisa Miller”, andato in scena alla Malmö Opera, in Svezia, nel 2012, e nel “Macbeth” al Teatro alla Scala di Milano nel 2013.
E poi c’è l’acqua, emblema di Venezia, che rappresenta la magnificenza della splendida città lagunare.
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L’acqua simboleggia, allo stesso tempo, anche la ragion di stato che lambisce oggetti e persone e davanti alla quale i protagonisti soccombono: acqua che nella visione di Taraborrelli arriva a corrodere tutto. L’acqua rimanda ai riflessi, altro elemento peculiare della scenografia: “luogo” simbolico dove confrontarsi con la propria coscienza; lo specchio nel quale il vecchio Foscari si riflette; i riflessi che ci restituisce l’acqua, che tutto invade…

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