L’allegro weekend.

Cotillard_Dardenne_film film_3Due giorni e una notte passati in un paesino in Belgio non devono essere la cosa più divertente che ti viene in mente quando pensi al week end dopo il lavoro. Ma da qui a passare tutto il tempo a piangere e a tentare di suicidarti è un’altra cosa. È questo quello che fa Marion Cotillard, nella parte di Sandra, nell’ultimo film dei Dardenne: Deux jours, une nuit.

Reduce dall’ultimo Festival di Cannes, finalmente approda anche sugli schermi italiani. L’idea è semplice. La Cotillard viene messa davanti a un ultimatum che coinvolge tutto il team con cui lavora, in un’azienda che produce pannelli solari (a metà film mi ero anche dimenticato che lavoro facesse): mille euro in più a fine mese per tutti e mandiamo la Cotillard a casa, o ce la teniamo ma niente bonus. Votazione lunedì mattina. La povera Sandra che fa? Passa i due giorni successivi a bussare a tutte le porte dei suoi colleghi per chiedere di votare per lei, fra crisi depressive, pianti in cui viene ripresa quasi sempre di spalle, famiglie sfasciate per la sua richiesta, e la dignità sotto i piedi.

Cotillard_Dardenne_film film_2In realtà non succede molto altro. È un ennesimo film tipicamente da fratelli Dardenne in cui una ripetuta serie di sfighe (quasi sempre di stampo sociale) accadono al malcapitato protagonista di turno. Marion Cotillard ripete sempre la stessa pappardella a ogni collega che incontra, ma non risulta stancante, anche perché probabilmente continui a pensare per tutto il tempo che non vorresti mai ritrovarti al suo posto, ma neanche al posto degli altri. E, nonostante il tono supponente che sto avendo nello scrivere di ciò, non lo ritengo affatto un brutto film, anzi. Solo, non è fra i loro capolavori (tipo L’Enfant o Rosetta), ma la presenza di Marion Cotillard, su cui alla fine si regge tutta la storia, lo rende un piccolo gioiello. Segnalo una delle scene più belle, che è anche una delle poche (se non l’unica) in cui la Cotillard sorride, anche se non ci sarebbe nulla da ridere. Viaggio in macchina con il marito, becca in radio una vecchia canzone di Petula Clark, e via, verso il prossimo collega di turno da importunare.

Da vedere in lingua originale, ma meglio non al Nuovo Olimpia di Roma, dato che la sala è quella secondaria, e ovunque tu sieda, sarai costretto ad avere il torcicollo per giorni e giorni a venire, per poter guardare in maniera decente il film.

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