Un santo di nome Bill.

A volte ci rendiamo conto come basti un attore per rendere un film diverso da quello che sarebbe potuto essere. Parafrasando un neanche troppo vecchio tormentone lanciato da Adriano Celentano, c’è chi è lento e chi è rock. St. Vincent è lento, Bill Murray è rock, il che trasforma, per estensione, St. Vincent in rock.

St VincentLa deliziosa commedia agro-dolce di Theodore Melfi è fatta dagli attori e, in particolare, dall’Attore, quel Bill Murray qui protagonista che difficilmente non riesce ad elevare con la sua presenza un film.

Theodore Melfi, che St. Vincent lo scrive, produce e dirige, viene dai cortometraggi e racconta come questo suo lungo provenga da un’esperienza personale. Qualche anno fa, infatti, il regista ha perso suo fratello e deciso di adottare la nipotina che, in occasione di un compito scolastico, ha associato l’immagine di un santo a quella di suo zio. Partendo da questo spunto, Melfi ha costruito un film che avesse come punto d’arrivo proprio il compito scolastico che ipotizzasse la similitudine di un santo con una persona conosciuta, ma il percorso che avrebbe portato a questo sarebbe stato ben differente da quello che ha interessato il lutto famigliare del regista.

Infatti in St. Vincent Bill Murray è Vincent, un uomo scorbutico e solo, frequentatore di prostitute e perennemente in guerra con il mondo, che un giorno si ritrova a dover gestire un ragazzino, Oliver, che si è trasferito nella casa affianco alla sua. Vincent, dietro compenso, farà da babysitter al giovane vicino di casa, come richiesto da sua madre, ma allo stesso tempo, Oliver imparerà dall’anziano che dietro una buccia dura a volte si nasconde un cuore tenero.

vincentSt. Vincent è un film fatto di buoni sentimenti, qua e là smorzati da battute che fanno del cinismo un’arma ben impugnata, il tipico prodotto che ci aspetteremmo di vedere in concorso al Sundance Film Festival, anche se di fatto è passato al Toronto Film Festival, dove non si è aggiudicato per un soffio il premio del pubblico. Non siamo di fronte a un’opera eclatante, anzi la storia ha molto del déjà-vu nel voler proporre un doppio percorso di cambiamento di due personaggi, un anziano e un ragazzino, che hanno molto da imparare l’uno dall’altro. La differenza, in questo caso, la fa la scelta del cast, capeggiato da un Bill Murray in perfetta forma, capace di dare al suo Vincent una personalità carismatica perfettamente in linea con i personaggi che l’attore ha interpretato in passato. Non si fatica, infatti, a vedere in Vincent un po’ di Phil, il cinico giornalista finito nel loop temporale di Ricomincio da capo. Un uomo all’apparenza odioso ma incredibilmente fragile che trova in un ragazzino il modo per dimostrare la sua umanità e riscattarsi. A sua volta, il giovane Oliver, interpretato dal bravo Jaeden Lieberher, ha bisogno di quella figura paterna che non ha avuto, visto che gli è stata strappata via dal fato quando era troppo piccolo. E quale migliore occasione del suo burbero vicino di casa che gli insegna a fare a pugni e lo costringe a tagliare un prato che non esiste? Il rapporto tra i due è molto simile a quello tra padre e figlio, ma prende una piega più prossima a quello tra due pari, di rispetto ma anche di complicità.

Nel cast di St. Vincent si fanno notare anche Naomi Watts, nel ruolo della prostituta russa Daika, e soprattutto Melissa McCarthy, che interpreta la madre di Oliver e si conferma un’attrice completa, adatta anche in un ruolo che non sia necessariamente scurrile.
La sceneggiatura di St. Vincent, che nel 2011 era stata inserita nella blacklist dei migliori script non ancora prodotti, ha il pregio di destreggiarsi con naturalezza tra la commedia (anche piuttosto divertente) e il dramma, con una seconda parte che punta diritta all’emotività, senza però dimenticare di mostrarsi “alternativo” nelle scelte e nei dialoghi. Come si diceva, alla fin fine, si ha l’impressione che Theodore Melfi non abbia detto davvero nulla di nuovo, ma l’ha detto bene e questo interessa più di ogni altra cosa lo spettatore, che è rimasto per circa 90 minuti in compagnia di una buona storia, interpretata da bravi attori e con un alto senso dell’intrattenimento.

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