Fury, con Brad Pitt dalla A alla Z.

Per girare Fury, il nuovo film di David Ayer che vede protagonista Brad Pitt, sono stati usati cinque dei principali carri armati, tutti modelli diversi del M4 Sherman Tank che nel film sono stati soprannominati Fury, Matador, Lucy Sue, Old Phyllis e Murder Inc.

1231428 - FURYPer Ian Clarke, il coordinatore dei mezzi di scena e Jim Dowdall, supervisore della squadra del tank, la ricerca di cinque originali carri armati risalenti all’epoca della seconda guerra mondiale è iniziata in modo particolare: chiamando i vecchi colleghi. “La comunità dei veicoli militari in Gran Bretagna è piuttosto piccola e più o meno ci conosciamo tutti”, afferma Dowdall. Per scegliere l’equipaggio dei tank, dice Dowdall, “abbiamo pensato che la strategia migliore sarebbe stata quella di ricorrere a delle reali ed addestrate truppe di carri armati. Non semplici appassionati, ma uomini che avevano di recente combattuto in Afghanistan o in altri teatri di guerra. Questi non sanno solo guidare perfettamente un carro armato, ma anche prendere una decisione velocemente nel caso di un malfunzionamento di uno di questi veicoli vecchi di settant’anni”.

Per il carro armato Fury, durante la produzione sono stati utilizzati tre veicoli. Il primo, ovviamente, era un carro armato vero, uno Sherman con un cannone da 76mm, fornito dal Tank Museum di Bovington. Inoltre, è stato ricreato un set per le riprese specializzate e per tutte le altre necessità. Il veicolo finto è stato costruito sulla base di un carro armato con una piattaforma montata sulla parte superiore, così che la troupe e le telecamere potessero filmare proprio a bordo del tank.
Per le riprese all’interno di Fury, lo scenografo Andrew Menzies ha ricreato l’interno del carroarmato. “Era la sfida tecnica più grande. Si tratta di un set molto piccolo ed ogni parete doveva essere removibile per consentire a David di filmare da qualsiasi angolatura. Allo stesso tempo doveva essere montato su una sospensione cardanica per fare in modo che si muovesse dando l’idea di un veicolo in movimento e, ovviamente, poiché l’avrebbero sballottato non avrebbe potuto avere nessuna parte traballante o che si potesse perdere”.

Gary Jopling, l’assistente scenografo, è riuscito a creare un set per la parte superiore del carro armato disegnando dei modelli prima di procedere alla costruzione della struttura. “Fa qualsiasi cosa potrebbe fare un vero carro armato”, dice. “Il bilanciere gli da la possibilità di oscillare, la torretta può girare di 360 gradi e il cannone può sollevarsi e fare fuoco”. Per ricreare gli interni tutto lo staff di scenografi ha studiato nei minimi dettagli i veri carri armati, ingrandendo poi ogni particolare del 10%. Dopo questa analisi approfondita, hanno creato un set costituito da una scatola di metallo ricoperta di vetroresina con 42 pezzi removibili sistemati lungo tutte le pareti che consentono il migliore piazzamento possibile della telecamera.

Jopling e gli altri responsabili degli accessori di scena, hanno riempito l’interno della scenografia con oggetti recuperati da carri armati veri. “Abbiamo raccolto pezzi dai vari appassionati di tank presenti in tutta la nazione per assicurarci che il risultato fosse realistico. Tutto funziona esattamente come potrebbe funzionare su un vero carro armato.

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Il tank, un vero e proprio set in movimento che doveva essere arredato e che richiedeva una quotidiana manutenzione proprio in quanto auto di scena, è diventato una sorta di seconda casa per gli attori del cast. “Durante il periodo di training, tutti gli insegnamenti ci venivano impartiti all’esterno. Quando abbiamo iniziato a lavorare dentro Fury non siamo più riusciti a tirarli fuori di lì”, afferma Jim Dowdall, supervisore dell’equipaggio del tank. “Ci hanno lasciato sopra il loro marchio iniziando a vivere e a mangiare all’interno del carro armato. Tra una prova e l’altra, invece che scendere rimanevano accucciati lì dentro, parlottando e vivendo proprio come avrebbe fatto il reale equipaggio di un carro armato. Avevano acquistato una grande familiarità col mezzo e questo credo sia ben evidente nel film”.

Jon Brenthal, esattamente come tutti gli altri attori, è affezionatissimo a Fury. “Dicono che non abbia le sembianze di un cane da combattimento, ma che sia proprio lui a combattere… È un tipo tosto il nostro tank”, dichiara l’attore descrivendo il carro armato. “Non è il più grande e non è nemmeno il più forte (dovreste vedere il Tiger!) ma ha un’anima enorme”. Logan Lerman aggiunge: “Stare lì a guardare questi tank che vanno su e giù, bestioni di settant’anni, era uno spettacolo meraviglioso”. Secondo Michael Peña lo studio realistico e dettagliato sul tank, gli è stato di grande aiuto per entrare meglio nel personaggio: “Abbiamo dovuto allenarci moltissimo per essere sicuri di essere in grado di entrare ed uscire dal carro armato come dei veri soldati. All’inizio era complicato anche solo arrivare al portellone che sta poco più in alto rispetto al nostro corpo. Poi, quando lo fai centinaia di volte trovi la tua personale tecnica per entrare e uscire. È una questione di muscoli e memoria”.

Con tutte le azioni da svolgere dentro ed intorno al carro armato, registrare i dialoghi ha richiesto un particolare impegno. Proprio come aveva fatto con tutti gli altri reparti, Ayer aveva ribadito più e più volte a Lisa Piñero, tecnico del missaggio, che la chiave di tutto era il realismo. Era dunque necessario catturare il suono nella maniera più realistica possibile e utilizzando i suoni propri dell’equipaggiamento originale. C’erano però due ostacoli da affrontare. Prima di tutto gli apparati per la comunicazione non solo avevano 70 anni, ma non erano stati fatti per durare così a lungo nel tempo, quindi non riuscivano in alcun modo a catturare il suono. In secondo luogo sia i carri armati veri che quelli riprodotti erano talmente rumorosi che il frastuono copriva qualsiasi altro suono.

Lisa Piñero ed il suo team sono riuscite a risolvere questi problemi ricorrendo a due stratagemmi. Per lasciare intatto l’aspetto esteriore degli apparati di comunicazione hanno modificato i laringofoni T-30 ed i microfoni a mano T-17 originali della guerra, utilizzando un nuovo tipo di materiale. Hanno inoltre munito gli interni del tank di alcune componenti aggiuntive in grado di collegarsi alla consolle della Piñero. In questo modo tutte le attrezzature potevano essere davvero utilizzate come dispositivi di registrazione.

Per le riprese all’esterno del carro armato, i maghi del suono hanno per prima cosa cercato di capire quale fosse la posizione migliore per piazzare i microfoni. In molte scene si vede un carro armato in movimento che poi si ferma per far posto ad un dialogo o ad una battaglia. Per questo tipo di riprese, il team del suono ha piazzato a fondo nel duro terreno argilloso svariati metri di cavi per i microfoni. Inoltre, per riuscire a catturare tutti i dialoghi nonostante il rumore dei carri armati, i tecnici e gli attori hanno utilizzato un camion speciale insonorizzato per le sessioni di doppiaggio.
Nel film, il carro armato americano si trova faccia a faccia con uno dei suoi nemici più temibili: un carro armato tedesco Tiger. “Si tratta del migliore carro armato della guerra”, afferma Menzies. “Un carro armato Sherman ha davvero poche possibilità contro un Tiger, perché si tratta di un’arma davvero formidabile”.

Sono rimasti soltanto sei Tiger originali di quell’epoca ed è il Tank Museum ad avere l’unico esemplare ancora funzionante. “Il Tiger 131 è un carro armato molto importante”, sostiene David Willey, curatore del museo. “Si trovava sul pendio di una collina in Tunisia ed era stato attaccato dai carri armati inglesi del 48esimo Royal Tank Regiment. Aveva abbattuto almeno due carri armati Churchill, ma era stato colpito dagli altri. È possibile ancora vedere i danni riportati. L’equipaggio tedesco abbandonò il tank e dopo la guerra fu ceduto al Tank Museum”.

“Da quando il veicolo fu ‘catturato’ nel 1943 è stato utilizzato pochissime volte, ma mai come l’abbiamo usato noi”, afferma Jim Dowdall, supervisore dell’equipaggio del tank. “Bisogna stare molto attenti perchè il metallo è molto vecchio. È necessario mantenere le condizioni ideali per essere sicuri di preservare più possibile il veicolo”.

Ovviamente nessuno voleva danneggiare il vero Tiger e quindi durante le scene in cui il carro armato per esigenze di copione doveva essere colpito ne è stata creato uno finto. Per farlo, sono state prese tutte le misure dell’originale con l’aiuto anche di tutti i disegni di cui era in possesso il museo. “Abbiamo diviso il carro armato in sezioni indipendenti”, racconta lo scenografo Andrew Menzies. “Successivamente l’abbiamo sistemato su una base di carro armato più piccola e montato le ruote aggiungendo solo in post produzione gli effetti visivi. Per noi era fondamentale che la copia fosse del tutto identica all’originale, anche le parti più piccole, come i bulloni utilizzati per tenerlo insieme”.

1231428 - FURYFury è stato girato nell’arco di dodici settimane nei campi dell’Oxfordshire e all’aeroporto di Bovingdon nell’Hertforshire. Secondo il produttore John Lesher sono stati alcuni fattori puramente pratici ad aver portato la produzione in Inghilterra. “Per prima cosa c’era un’ottima squadra di lavoro e quindi era il luogo perfetto da cui iniziare. Inoltre in Inghilterra c’è anche un numero impressionante di risorse: tank e veicoli armati sia tedeschi che inglesi. Infine, in Inghilterra la luce – quella meravigliosa luce del nord – ed il clima costituiscono un’ottima accoppiata. Per tutte queste ragioni abbiamo pensato all’Inghilterra come ad un luogo ideale”.

Prima di iniziare a girare, Ayer ed il suo team si sono però concentrati su una intensa ricerca per analizzare ogni aspetto della storia, dal tipo di carro armato che il Fury avrebbe dovuto affrontare, al tipo di armi utilizzate per le campagne, fino ad arrivare allo studio delle uniformi e del taglio di capelli utilizzato all’epoca dai soldati. “Tutto si basa sui più piccoli dettagli”, afferma Ayer. “Ci sono momenti in cui al pubblico non risulta chiaro ciò che sta guardando, ma al momento giusto tutto si incastra alla perfezione, restituendo quelle immagini che tutti abbiamo visto in cinegiornali e TV.”. Fin troppo spesso Ethan Smith, il produttore, ha ripetuto che la storia del cinema ha offuscato la nostra visione di come fosse realmente la seconda guerra mondiale, mentre è proprio questo aspetto il cuore del lavoro di Ayer. “David ci aveva parlato di come, alla fine degli anni 40 e cioè quando Hollywood aveva iniziato a sfornare film sulla seconda guerra mondiale, tutto ruotasse intorno alla costruzione di un’immagine molto pulita”, afferma Smith. “L’idea di David era proprio quella di concentrarsi sulla storia, quella vera e non quella cinematografica. Per perseguire questo obiettivo abbiamo guardato centinaia di video dell’esercito, studiando il modo che avevano i soldati di camminare, di imbracciare armi, di affrontare le missioni e anche di rilassarsi sul ciglio delle strade. Questo studio era fondamentale per il nostro film”.

Inoltre Ayer e il suo team potevano sfruttare tutti i consigli di tre soldati chiamati come consulenti e di quattro veterani della Divisione Armata che, avendo vissuto sulla loro pelle la seconda guerra mondiale, potevano trasmettere tutto il loro impagabile bagaglio di conoscenza alla produzione. L’addestramento degli attori, che dovevano diventare un credibile equipaggio di tank, era stato affidato agli esperti consulenti militari, Kevin Vance e David Rae, che hanno dovuto addirittura metter su un campo di addestramento per i cinque attori principali.

Vance aveva già lavorato con Ayer per “End of Watch – Tolleranza Zero”, aiutando il cast ad avere il giusto approccio ai differenti aspetti della polizia di quartiere. Allo stesso modo, sul set di Fury voleva che gli attori entrassero perfettamente nella mentalità dei soldati. Vance aveva lavorato nel Comando delle Operazioni Speciali degli Stati Uniti per 14 anni, molti dei quali nelle zone più pericolose del mondo. Rae invece aveva passato 23 anni nell’esercito inglese, specialmente nella divisione armata.

1231428 - FURYTra i compiti di Vance e Rae c’era anche quello di costruire un campo di addestramento per gli attori. “Volevamo che il cast agisse e pensasse come un’unica squadra e che funzionasse come una unità. Alcuni elementi erano stati creati apposta per generare competizione e stress, ma alla fine dell’addestramento erano riusciti tutti ad essere affiatati tra loro. Non dovevano solo recitare, ma essere proprio una squadra”, afferma Vance. “Ogni elemento aveva un suo scopo: vestiti, armi, cibo. Tutto era estremamente rudimentale, nel rispetto dell’epoca. Gli attori hanno affrontato le più disparate condizioni atmosferiche, in modo che potessero avere una idea, seppur vaga, di tutto ciò che la generazione della seconda guerra mondiale era stata costretta ad affrontare, dalla pioggia, al fango ed al vento passando per la mancanza di sonno. Al campo di addestramento sono stati dedicati sei giorni di preproduzione e di questi sei giorni, i primi sono stati dedicati a distruggere gli attori mentalmente e fisicamente, mantenendoli sempre stanchi, arrabbiati ed inquieti. Solo a quel punto li abbiamo rimessi insieme. La metamorfosi era fondamentale”.

Il campo di addestramento non era uno scherzo, ma qualcosa di necessario. Afferma Rae: “Avevano bisogno di vivere quelle esperienze per portarle sullo schermo, altrimenti lo spettatore se ne sarebbe accorto, non sarebbero stati credibili. Deve esserci una grande coesione tra i membri di un equipaggio. Si è soliti dire “no rank in a tank” (nessuna gerarchia in un tank – n.d.t.), perché tutti sappiamo chi è il capo e quale sia la linea di rispetto da non oltrepassare, ma si sta tutti molto vicini uno all’altro. Sai tutto dei tuoi compagni e ognuno si prende cura degli altri perché si crea un legame fortissimo che va ben oltre il tank”. Ma non si trattava solo di collegamenti emotivi, la vera questione era che gli attori dovevano conoscere il loro ruolo a menadito. “Devi entrare in una sorta di routine mnemonica. Quando inizia una battaglia, devi riuscire a ricordare come muovere i muscoli”, racconta Rae. “Che corra l’anno 1945 o il 2014 devi saperti muovere come una macchina. La mia soddisfazione più grande è stata quella di vedere, alla fine dell’addestramento, cinque persone che si muovono all’unisono”.

“Il nostro addestramento era obbligatorio”, afferma Brad Pitt, molto attento a sottolineare la differenza tra la loro preparazione e le difficoltà affrontate in guerra dai soldati. “Noi eravamo turisti”, dice, ma nonostante si trattasse di una simulazione avevano cercato di renderla più realistica possibile. “Sveglia alle cinque del mattino, due ore di duro allenamento, imprevisti fino a tarda sera, cibo freddo, dormire nella pioggia e qualcuno che deve darti il cambio al picchetto di guardia ad un’ora ben precisa. Dovevamo però anche aiutarci l’un l’altro quando il morale era a terra”.

L’addestramento ha avuto un’importanza inestimabile, afferma LaBeouf. “Dovevamo conoscerci l’un l’altro. Dopo sei giorni passati nei boschi inizi a capire qualcosa in più dei tuoi compagni ed è inevitabile diventare qualcosa di più che una semplice unità. Siamo tutti parte di qualcosa di molto più grande di noi e lo stiamo facendo per molti uomini. Credo che questa preparazione ci abbia davvero fatto rivolgere uno sguardo diverso alla bandiera. È un talismano, una religione da seguire, qualcosa di spirituale e trascendentale. Mio padre è un veterano per cui l’ho sempre rispettata, ma sedere nei boschi con Kevin e gli altri ragazzi è stato molto emozionante”.

La controparte tedesca di Vance e Rae è Ian Sandford, un ex-paracadutista dell’esercito inglese che durante la produzione ha assunto il ruolo di consulente militare per la parte tedesca dell’esercito nel film. Essendo molto interessato alla Germania all’epoca della seconda guerra mondiale, ha imparato il tedesco da autodidatta in modo da poter studiare tutti i manuali di addestramento originali.

Secondo il Direttore della Fotografia Roman Vasyanov, che aveva collaborato con il regista David Ayer per End of Watch – Tolleranza Zero, questo film ha un approccio del tutto nuovo con la fotografia. Se End of Watch – Tolleranza Zero era stato realizzato con uno stile vicino a quello del documentario, Fury è girato con una tecnica più classica.

“Dopo aver letto per la prima volta la sceneggiatura, ho subito capito che non sarebbe stato facile”, afferma. “Richiedeva riprese coreografiche ed una fotografia molto particolare, con la telecamera che insegue i movimenti senza apportare ulteriore energia”.

Il produttore John Lesher aggiunge: “Gli effetti visivi del film sono meravigliosi, con un tocco di ‘antico’. Volevamo avere un approccio semplice e meraviglioso, molto vicino a quello di David Lean”. Per quanto riguarda l’aspetto visivo, spiega Vasyanov, “volevo realizzare un film naturalistico e minimalistico. Per me questo film è innanzitutto un dramma, gli altri fattori sono secondari. Non volevo aggiungere alcun effetto attraverso la telecamera, non si tratta di un action movie. È probabilmente il film più minimalista che io abbia mai girato, cosa che porta la recitazione in primo piano”.

Vasyanov spiega che molti film recenti sulla seconda guerra mondiale sono stati influenzati dal famoso fotografo Robert Capa, ma a Fury volevamo dare un’impronta diversa. “Ho scelto un linguaggio completamente differente, una sorta di film della strada. Quando guardi un vero filmato risalente alla seconda guerra mondiale, non ti capita mai di vedere un cameraman che corre con la sua telecamera in mano. Molto spesso il campo lungo racconta la storia meglio di molti primi piani perché puoi percepire un aspetto differente della follia della guerra. Puoi sentire il silenzio”.

L’intero film è girato su pellicola e non in digitale. “Sapevo che la gamma di colori sarebbe stata molto ristretta e che la pellicola ha un colore migliore”, afferma Vasyanov. “Tra l’altro questo sarebbe diventato un film anamorfico per il grande schermo. Abbiamo fatto alcuni test e ci siamo accorti che, usando la pellicola, riuscivamo ad ottenere una risoluzione bellissima, riflessi ottimi e ottima profondità di fuoco. Era il modo migliore per catturare quei paesaggi meravigliosi ed il viaggio dei carri armati”.

Una delle sfide più grandi per Vasyanov è stata quella di illuminare in maniera naturale l’interno di Fury. “Sono rimasto seduto per un paio d’ore all’interno del tank, guardando il comportamento della luce che filtrava dal portellone. La maggior parte delle volte il cielo è nuvoloso per cui il sole non filtra nel carro armato attraverso il portellone. Per questo motivo abbiamo creato un sistema di led che abbiamo piazzato sul pavimento e sulle pareti del tank. Abbiamo lavorato a luci molto basse, quel tanto che ci consentiva la messa a fuoco e la giusta esposizione”.

Lo scenografo Andrew Menzies aveva il compito di realizzare la visione realistica di Ayer. “Per questo film non bastava semplicemente realizzare le scenografie, bisognava riprodurre la storia. A tale scopo, quasi tutte le scene del film dovevano derivare da immagini che a loro volta erano nate da una ricerca. Molte immagini mi sono rimaste impresse proprio mentre stavo facendo alcune ricerche nella zona dei battaglioni. Mi sono imbattuto, ad esempio, in immagini di uomini immersi nel fango fino alle ginocchia che trascinavano il loro pesante equipaggiamento. Mi sono in questo modo reso conto che quella doveva essere la vera essenza della guerra… la maggior parte del tempo, giorno dopo giorno, veniva passato al freddo, nel fango”.
“Come qualsiasi altro film, l’atmosfera è fondamentale”, continua. E per quanto riguarda Fury si può riassumere in una sola frase: l’atmosfera sta tutta nel fango (the mood is mud – ndt). “Volevamo ci fosse quanto più fango, lerciume e sporcizia fosse possibile. Abbiamo aggiunto quintali di sporcizia per far emergere quell’aspetto del film perché era quello il collante del film”.

L’unica location che risultava essere meno sporca era il set ricreato per la città tedesca che Menzies aveva costruito su una pista dell’aereoporto di Bovingdon, nello Hertfordshire. Menzies aveva osservato bene le città tedesche per ricreare nel dettaglio la loro architettura, infissi e intonaco compresi. “Per la prima volta i soldati possono lasciarsi andare e riposare trovando alcool, cibo e donne, per cui ho deciso di utilizzare dei colori leggermente più brillanti, quasi a voler concedere una tregua dal grigiore dettato dalla guerra”.

Il set della città tedesca è stato costruito in dodici settimane. “David voleva riprendere l’ingresso del carro armato in città, quindi l’abbiamo progettata basandoci sull’azione che avrebbe dovuto ospitare, con i carri armati ed i cecchini alle finestre, costruendo poi una piazza, in cui si svolge la maggior parte dell’azione. Le dimensioni della città sono state dettate dalle dimensioni dei tank, se l’avessimo fatta troppo piccola allora il carro armato sarebbe risultato ridicolo”. Una delle costruzioni più incredibili tra quelle progettate da Menzie è la segheria che brucia costantemente durante la battaglia di Crossroads, parte centrale del film. “Si tratta di una costruzione davvero particolare. Doveva essere di legno e continuare a bruciare di continuo, dato che abbiamo girato quella scena nel corso di una settimana. Ovviamente il fuoco doveva essere controllato, dovevamo essere in grado di accendere e spegnere le fiamme a comando. Di conseguenza l’abbiamo costruita utilizzando acciaio e calcestruzzo. Sembrava proprio di legno, ma potevamo continuare a darle fuoco durante tutte le riprese”.

Per essere sicuri di ottenere una resa più realistica possible, Ayer ed il suo team si sono impegnati anche in una ricerca approfondita sulle uniformi militari dell’epoca che avrebbero costituito il guardaroba dei costumi del film. “Abbiamo analizzato molte fotografie e siamo stati fortunati a poter parlare con alcuni consulenti che ci hanno indirizzato su cosa fosse più corretto utilizzare”, afferma Ayer. “C’è una enorme quantità di dettagli in quelle uniformi perché, mentre i militari americani per combattere indossavano abiti da lavoro, i tedeschi avevano divise confezionate su misura e spesso a mano con tecniche europee. È stato curioso anche scoprire che i tedeschi, specialmente gli ufficiali, spesso combattevano indossando l’alta uniforme, completa di medaglie”.

Il costumista Owen Thornton ha lavorato a fianco di Ayer per capire esattamente cosa fosse necessario. “Ci sono voluti due anni di ricerche per ricreare esattamente i costumi e le uniformi dell’epoca. Abbiamo dovuto capire cosa indossavano esattamente i soldati americani nel 1945. L’Europa aveva appena affrontato uno degli inverni più lunghi degli ultimi cinquant’anni, quindi l’abbigliamento dei soldati si era dovuto adattare: cappotti indossati sopra i giacconi a loro volta indossati sopra maglioni che stavano sopra le t-shirt e le maglie termiche. Abbiamo cercato di ricreare l’abbigliamento dei soldati che vivevano nelle trincee come dei senza tetto, mangiando cibo freddo e che per mesi interi non potevano lavarsi o rasarsi”.

A tal fine Thornton non ha preso spunto dalla storia del cinema Hollywoodiano ed ha invece preferito rifarsi alle fonti originali. “Abbiamo analizzato migliaia di fotografie del corpo militare risalenti proprio alla seconda guerra mondiale, partendo da quelle del gennaio 1945 fino ad arrivare a quelle scattate alla fine della guerra. Abbiamo studiato gli archivi della seconda divisione americana e cercato di individuare i dettagli più importanti presenti nelle foto”. Sebbene l’idea fosse quella di dare alle divise di ogni militare dei tratti distintivi, dalle ricerche effettuate Thornton aveva notato che erano tutte molto diverse una dall’altra. “Alla fine della guerra l’esercito americano sembrava formato da persone messe insieme per caso. Sembravano tutti vestiti di comuni tute da lavoro troppo larghe. Le loro giacche erano fatte di lana per cui erano tutte sui toni del marrone. Al contrario, osservando l’esercito tedesco la differenza era evidente perché il loro fisico era perfettamente scolpito in uniformi della giusta taglia. L’esercito tedesco, infatti, assoldava dei veri artisti il cui compito era quello di creare nuovi modelli di uniforme, ed ecco perché alla fine della guerra avevano almeno 35 tipi di uniformi diverse. Abbiamo cercato di inserirne nel film quante più possibile”.

Per questo film era fondamentale che tutti gli abiti sembrassero vissuti e logori. “Una parte della squadra di costumisti doveva fare in modo che anche il capo d’abbigliamento più nuovo sembrasse usato”, spiega Thornton. “Gli abiti sono stati scoloriti, sono state scucite le tasche per dare l’idea che stessero per staccarsi; i tessuti sono stati strappati e gli strappi sono stati poi ricuciti per rendere evidenti le riparazioni. Abbiamo dovuto fare questo lavoro su 350 uniformi americane ed altrettante tedesche. Ogni capo è stato reso unico, ogni soldato aveva una sua storia”.
Era ovvio che Norman Ellison dovesse avere un’uniforme diversa rispetto a quelle degli altri uomini di Fury. Gli altri quattro uomini avevano combattuto insieme per molti anni, mentre Norman si era appena unito alla squadra. “Dovevamo rendere evidente quanto il nuovo arrivato fosse diverso”, afferma Thornton. “Le divise degli altri uomini erano sporche, unte, in disordine, piene di macchie e rovinate. Erano uomini sudici e stanchi e le loro uniformi rispecchiavano la loro condizione. Al contrario Norman aveva una viso pulito e fresco, perfettamente rasato, con un bel taglio di capelli e niente sporcizia sotto le unghie”.

Oltre agli abiti militari, la sceneggiatura di Ayer richiedeva abiti per i civili che richiedevano lo stesso tipo di attenzione per i dettagli. Proprio per questo, Maja Meschede, costumista dedicata agli abiti civili, aveva noleggiato direttamente a Berlino alcuni abiti realizzati negli anni ‘30 e ‘40. “Ogni più piccolo dettaglio, bottoni, gancetti o lacci per le scarpe, doveva essere dell’epoca”, spiega Maja. “A quei tempi la qualità ed i tessuti erano molto diversi rispetto ad oggi”. Ogni costume che doveva essere realizzato, come ad esempio quelli di Irma ed Emma, sono stati creati utilizzando materiali di quell’epoca.

Per il truccatore e parrucchiere, Alessandro Bertolazzi, la prima cosa da fare era quella di mettere da parte i trucchi ed iniziare a giocare con la sporcizia. “Avevamo tonnellate di elementi di riferimento, ma nemmeno un’idea di come potessero funzionare”, racconta. “A quel punto abbiamo iniziato a mettere le dita nei trucchi che di solito utilizziamo per ottenere l’effetto sporcizia e abbiamo iniziato a spalmarli sulle loro facce. Non era perfetto, ma era il primo passo che dovevamo fare per uscire dagli schemi classici del make-up”.

1231428 - FURYPer ricreare il giusto look, Bertolazzi si è ispirato a grandi artisti quail Oskar Kokoschka, Francis Bacon, ed Egon Shiele. “Il dramma, il dolore e la sofferenza sono rappresentati alla perfezione in quelle opere”. Per fare in modo che il suo team potesse mettere da parte i canoni Hollywoodiani in fatto di trucco, Bertolazzi ha dedicato un’intera giornata alla loro formazione. “Volevo aggiungere un po’ di marrone con un pennello sulle loro facce e poi iniziare a spargerlo aggiungendo un po’ di sangue. Si sono divertiti molto. C’erano anche diversi livelli di sporcizia. Il livello zero significava solo una leggere patina, mentre il livello quattro era quello utilizzato per quei personaggi che stavano nei campi pieni di fango per molte settimane”.

Per la colonna sonora di Fury, David Ayer si è rivolto a Steven Price, vincitore di un Oscar® per Gravity. Dopo aver letto la sceneggiatura Price si è subito accorto che aveva davanti una grossa opportunità. “La sceneggiatura era appassionante. David ha un modo unico di tratteggiare i personaggi, ti sembra di conoscerli e sin dall’inizio del film vuoi saperne di più su ognuno di loro”.

Avendo il desiderio di essere coinvolto nella produzione prima possibile, Price ha incontrato Ayer per la prima volta sul set del film, non lontano da casa di Price in Inghilterra. “Era incredibile. Mentre avanzavamo si vedeva molto fumo in lontananza. Una volta arrivati ho visto che stavano girando una delle battaglie tra i tank. Non si scorgeva nemmeno una macchina da presa, sembrava quasi di assistere ad una vera battaglia”, ricorda. “Poi ho parlato con David e, appena chiare le sue intenzioni, ho capito che volevo assolutamente fare parte di quel progetto”.

“Qui si racconta l’orrore delle ultime due settimane della seconda guerra mondiale come nessun altro film ha mai fatto. Siamo tutti portati a pensare che a quel punto della guerra, con gli alleati così vicini alla vittoria, i soldati non vivessero più esperienze così terribili, ma in realtà accadeva l’esatto opposto”, continua Price. “Nessuno voleva arrendersi senza combattere. È una storia autentica, ma mai raccontata. Una storia emozionante e meravigliosa”.

Secondo Price, Ayer è l’unico regista ad avere una innata capacità di comprendere cosa può fare la musica in un film. “L’unica direttiva che mi è stata data da David è stata quella di aiutare il pubblico a sentire. Voleva puntare al cuore e allo stomaco degli spettatori traducendo la visione del film in un’esperienza profonda. Dovevano sentirsi trascinati in quell’inferno insieme ai personaggi e contemporaneamente sentirsi pieni di quella splendida fratellanza che li legava”. Infatti Price fa notare come, nonostante sia ambientato durante una pesante azione di guerra, il film riesca a trasportare lo spettatore in un viaggio emozionale poiché gli uomini nel tank sono uniti a formare una sorta di famiglia. “Si parla di quella famiglia. Hanno combattuto per tre o quattro anni vivendo le esperienze peggiori ed il film racconta come si rapportano con quella condizione. David ed io abbiamo parlato della psicologia dei personaggi e abbiamo cercato di immaginarceli com’erano nella loro vita reale”.

Proprio come per Gravity, in cui Price ha incorporato il suono delle onde radio all’interno delle musiche, Price ha trovato un suono distintivo per le musiche di Fury utilizzando strumenti non convenzionali mescolati ai suoni dell’orchestra e del coro. Per questo film ha avuto accesso alle registrazioni fatte sul set per cui i suoni prodotti dalle armi, dalle piastrine di identificazione e da alcune parti dello stesso tank sono stati inseriti tra gli strumenti a percussione. “Ho voluto utilizzare alcuni suoni registrati durante le riprese, come ad esempio i proiettili che cadono sul pavimento del tank, per manipolarli e farli diventare un corpo unico con le musiche”, spiega. “Sembrava che gli elementi della colonna sonora avessero avuto origine proprio dalla storia e dalle immagini. Era questo ciò che volevo, trasportare parte delle immagini e la visione di David dentro le musiche. Quando inizio a lavorare mi piace pensare a come rendere le musiche più distintive possibili, come se non potessero appartenere a nessun altra storia”.

Questo non vuol dire che gli spettatori debbano riconoscere quei suoni, afferma Price. “È molto probabile che non ve ne accorgerete mai, ma il primo suono che si sente nel film, altro non è che il suono al rallentatore della targhetta di riconoscimento di un soldato. È praticamente irriconoscibile, ma rende l’apertura del film più completa ed inquietante”.
Per questo film Price ha usato anche molto il coro, spesso facendolo cantare in tedesco. “Volevo sottolineare il fatto che, nonostante i protagonisti del film siano sul punto di vincere la guerra, sono nel cuore della Germania, circondati da nazisti. Volevamo si avvertisse un senso di irrequietezza ed effettivamente tutta la colonna sonora ti fa sentire sempre in pericolo. Per questo ho utilizzato il coro in diversi modi: a volte in gruppo, a volte una voce solista molto vicina al microfono. È una presenza costante, una forza oscura che aleggia”. Sono due i temi principali della colonna sonora, entrambi collegati a Wardaddy e Norman visto che il film è sostanzialmente incentrato sul loro rapporto. “È una colonna sonora molto tematica. Spesso le sceneggiature di David riguardano i legami forti tra i personaggi. Proprio questo mi ha permesso di combinare tra loro le musiche. Le prime note che si sentono nel film sono legate a Wardaddy. All’inizio si tratta di una musicalità brusca, fredda, però man mano che si scoprono dettagli sulla figura del sergente, la musica cambia adattandosi a lui. Al contrario, Norman all’inizio è pauroso ed ha un tema musicale sfuggente. Man mano che il film avanza il suo personaggio acquista forza, esattamente come la sua musica. La maggior parte del lavoro relativo a questo film è stato dedicato alla ricerca di qualche elemento che potesse profondamente emozionare”.

Infine Price, parlando del suo lavoro afferma: “la meccanizzazione della guerra è la chiave di tutto secondo me e infatti la musica procede come se fosse una macchina. Volevo dare la sensazione che qualcosa si stesse movendo in avanti in maniera decisa e pesante”. Price però sottolinea anche come le musiche fossero in grado di catturare la bellezza dei rapporti tra i personaggi. “L’elemento orchestrale predomina, ma sono presenti anche moltissimi assolo di violoncello, viola e voci. Abbiamo voluto rendere palese il contrasto tra i sentimenti umani ed il mondo meccanizzato in cui ci si trovava”.

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