Fuocoammare, la cura contro il “mal di mare”.

“Gloria a Berlino per il film sui migranti”, così titola il New York Times sulla straordinaria accoglienza per Fuocoammare, il nuovo film documentario del Leone d’Oro Gianfranco Rosi. E in Italia – dove sarà in sala dal 18 – arriva il riconoscimento del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani con un Nastro d’Argento Speciale: “Grande cinema, con un effetto di denuncia potente che richiama i Governi del mondo a responsabilità colpevoli e ormai indilazionabili”. La premiazione si terrà il 25 Febbraio alla Casa del Cinema di Roma.

fuocoammare 4“Fuocoammare” è un brano strumentale lampedusano che richiama gli anni ’40. Il titolo si riferisce a un fatto storico accaduto nel porto di Lampedusa durante gli intensi bombardamenti delle forze aeree britanniche durante la Seconda Guerra Mondiale. Una grande nave militare, la Maddalena, fu affondata di notte e l’incendio illuminò tutta l’isola. Così nasce Fuocoammare e oggi, con il ritorno delle navi militari per intercettare i barconi dei profughi, sembra essere tornati a quei tempi.

Accolto da scroscianti applausi e commozione della platea che non lasciava andar via il cast dal palco del Berlinale Palast dove è stato presentato sabato 14 febbraio, il film è stato accolto da critiche entusiastiche da tutto il mondo ed è tra i superfavoriti nella classifica stilata da Screen International alla Berlinale a suon di stellette attribuite dalla stampa internazionale; “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi è stato definito “Una cura contro il mal di mare» dal Süddeutsche Zeitung, «un potente pugno nello stomaco” da The Guardian, “Potente, a volte scioccante, intensamente umano” da Screen International, “Brillante” dal Times, “Opportuno, umano e sconvolgente” dal Daily Telegraph. E, ancora, parla di “Immagini indimenticabili” il Der Spiegel, mentre scrive “Dove il giornalismo finisce, inizia Fuocoammare” Deborah Young sull’Hollywood Reporter.

Fuocoammare_di_Gianfranco_Rosi_02Il film, prodotto da Donatella Palermo e Gianfranco Rosi, è una produzione 21Uno Film, Stemal Entertainment con Istituto Luce – Cinecittà e con Rai Cinema ed è una coproduzione italo-francese Les Films D’Ici e Arte France Cinema e sarà distribuito da 01 Distribution e Istituto Luce – Cinecittà.

Regia, fotografia, suono di Gianfranco Rosi; montaggio di Jacopo Quadri, aiuto-regia di Giuseppe del Volgo, collaborazione al montaggio e coordinamento di post-produzione di Fabrizio Federico, montaggio del suono di Stefano Grosso, riprese subacquee di Aldo Chessari. Soggetto di Gianfranco Rosi, da un’idea di Carla Cattani. Produzione esecutiva di Stemal Entertainment, delegato di produzione Tina Pistoia, collaborazione alla produzione Dario Zonta.

Nel suo viaggio intorno al mondo per raccontare persone e luoghi invisibili ai più, dopo l’India dei barcaioli (Boatman), il deserto americano dei drop-out (Below Sea Level), il Messico dei killer del narcotraffico (El Sicario – Room 164), la Roma del Grande Raccordo Anulare (Sacro Gra), Gianfranco Rosi è andato a Lampedusa, nell’epicentro del clamore mediatico, per cercare, laddove sembrerebbe non esserci più, l’invisibile e le sue storie. Seguendo il suo metodo di totale immersione, Rosi si è trasferito per più di un anno sull’isola e per tre mesi sugli incrociatori della Marina Militare, facendo esperienza di cosa vuol dire vivere sul confine più simbolico d’Europa raccontando i diversi destini di chi sull’isola ci abita da sempre, i lampedusani, e chi ci arriva per andare altrove, i migranti.

Fuocoammare_di_Gianfranco_RosiDa questa immersione è nato Fuocoammare. Racconta di Samuele che ha 12 anni, va a scuola, ha la “passione” per la fionda e ama andare a caccia. Gli piace stare sulla terra, anche se tutto intorno a lui c’è un mare di uomini, donne e bambini che cercano di attraversarlo per raggiungere la sua isola. Ma non è un’isola come le altre, è Lampedusa, approdo negli ultimi 20 anni di migliaia di migranti in cerca di libertà. Samuele e i lampedusani sono i testimoni a volte inconsapevoli, a volte muti, a volte partecipi, di una tra le più grandi tragedie umane dei nostri tempi.

L’invito a partecipare alla Berlinale è arrivato mentre Rosi stava ancora girando a Lampedusa, dove è stato trasferito il montaggio per garantire il continuo scambio tra realtà e narrazione documentaristica.

“È sempre difficile staccarmi dai personaggi e dai luoghi delle riprese – afferma Rosi alla presentazione speciale a Roma in contemporanea al festival -, ma questa volta lo è ancora di più. Più che in altri miei progetti, ho sentito però la necessità di restituire al più presto questa esperienza per metterla in dialogo con il presente e le sue domande. Sono particolarmente contento di portare a Berlino, nel centro dell’Europa, il racconto di Lampedusa, dei suoi abitanti e dei suoi migranti, proprio ora che la cronaca impone nuovi ragionamenti”.

fuocoammare 1“Sono andato a Lampedusa la prima volta – racconta il regista – su richiesta nell’autunno del 2014 per verificare la possibilità di girare un corto di 10 minuti da presentare a un festival internazionale. L’idea dei committenti era di proporre un lavoro breve, un instant movie, che portasse in un’Europa pigra e complice, che negli anni ha ricevuto un’eco distorta e confusa della realtà del fenomeno migratorio, un’immagine diversa di Lampedusa. Per molto tempo anche per me Lampedusa è stata un coacervo di voci e immagini legate ai telegiornali, alla morte, all’emergenza, all’invasione, alla ribellione dei populisti. Una volta arrivato sull’isola ho scoperto una realtà molto lontana dalla narrazione mediatica e politica e ho verificato l’impossibilità di condensare in pochi minuti un universo così complesso come quello di Lampedusa. Era necessaria un’immersione prolungata e approfondita. Non sarebbe stato facile. Sapevo che era necessario trovare una porta d’ingresso. Poi, come spesso accade nel cinema documentario, è arrivato il caso e l’imprevisto. A causa di una fastidiosa bronchite che mi colpì proprio nei giorni dei sopralluoghi, sono andato al pronto soccorso di Lampedusa. Lì incontro il dottor Pietro Bartolo, il direttore sanitario dell’Asl locale che da trent’anni cura i lampedusani e da quasi altrettanti assiste a ogni singolo sbarco, stabilendo chi va in ospedale, chi va nel Centro di Accoglienza e chi è deceduto”.

Gianfranco_Rosi_STILL_1.18.1“Senza neanche sapere che io fossi un regista alla ricerca di una possibile storia – continua Gianfranco Rosi -, durante quella visita Pietro Bartolo ha voluto condividere con me il suo vissuto sul fronte dell’assistenza medica e umanitaria. Quel che ha detto, le parole che ha usato, mi hanno colpito profondamente. È scattata una complicità, ho visto in lui quella persona che poteva trasformarsi in un personaggio del film. Dopo un’ora e mezza di scambio intenso, il dottore ha acceso il suo computer per mostrarmi delle immagini inedite e farmi “toccare con mano” il senso della tragedia dei migranti. In quel momento ho capito che dovevo trasformare la commissione per un corto di 10 minuti nel mio nuovo film. Dopo aver impostato il progetto produttivo mi sono trasferito a Lampedusa, ho preso una casetta nel porto vecchio e ci sono rimasto fino all’ultimo momento utile. Volevo raccontare questa tragedia attraverso gli occhi degli isolani, protagonisti di una mutazione profonda, perché tutto quello che è successo a Lampedusa nel corso degli ultimi 20 anni ha cambiato il loro modo di vedere e sentire le cose. Grazie all’aiuto di Peppino, genius loci poi diventato il mio aiuto regista, sono gradualmente entrato in contatto con i lampedusani, facendo esperienza dei loro ritmi, del loro quotidiano, del loro modo di vedere le cose. Oltre a Pietro Bartolo c’è stato un altro incontro fondamentale: quello con Samuele, un bambino di 12 anni, figlio di pescatori. Mi ha conquistato ed ho capito che attraverso il suo sguardo, ingenuo e puro, avrei potuto raccontare l’isola e i suoi abitanti con maggior libertà. L’ho seguito nei suoi giochi, con i suoi amici, a scuola, a casa con la nonna, sulla barca con lo zio. Samuele mi ha permesso di osservare l’isola in modo diverso e inedito. Altri personaggi si sono poi aggiunti naturalmente grazie a un avvicinamento graduale”.

Per il regista decidere di trasferirsi a vivere a Lampedusa è stato determinante: “per più di un anno ho vissuto il lungo inverno dell’isola e i tempi del mare. Questo tempo mi ha permesso anche di cogliere il reale andamento dei flussi migratori. Era necessario superare la tendenza tipica dei media di andare a Lampedusa solo in occasione di una emergenza. Stando lì ho capito che la parola emergenza non ha senso: tutti i giorni c’è una emergenza, accade qualcosa. Non si può cogliere il senso di quella tragedia senza un contatto non solo ravvicinato, ma anche continuativo. Solo così, tra l’altro, avrei potuto comprendere meglio il sentimento dei lampedusani che da vent’anni assistono al ripetersi di questa tragedia. Dopo l’avvento delle missioni come Mare Nostrum, attraverso le quali si è cercato di intercettare le imbarcazioni in alto mare, i migranti a Lampedusa non si percepiscono, sono come fantasmi di passaggio. Sbarcano in un molo laterale del porto vecchio e vengono portati con un autobus nel Centro di Accoglienza; lì vengono assistiti e identificati per poi ripartire qualche giorno dopo verso il continente. Oltre agli sbarchi, ne ho filmati a decine, era necessario entrare nel centro di accoglienza per avere un contatto più ravvicinato, per vedere e capire. È molto difficile filmare dentro un centro di accoglienza ma, grazie a un permesso ottenuto dalla Prefettura di Agrigento, sono riuscito a raccontarne i suoi ritmi, le sue regole, i suoi ospiti, i suoi costumi, le sue religioni, le sue tragedie. Un mondo nel mondo, nettamente separato dal quotidiano dell’isola. La cosa più difficile è stata trovare il modo di filmare questo universo cercando di restituire il senso di verità e di realtà, ma anche di umanità. Comunque, ho capito ben presto che mentre la linea di frontiera una volta era la stessa Lampedusa (le imbarcazioni arrivavano direttamente sull’isola), oggi si è spostata in mezzo al mare. È così che ho deciso di chiedere il permesso di imbarcarmi su di una nave della Marina Italiana, operativa innanzi alle coste africane. Sono stato circa un mese sulla Cigala Fulgosi, partecipando a due missioni. Ho condiviso anche lì altri tempi, ritmi, regole e costumi fino a quando abbiamo incontrato la tragedia, una dopo l’altra. L’esperienza di filmarla non è qui descrivibile, al punto che – racconta con commozione Rosi – ho deciso di smettere di filmare e mi sono concentrato sul montaggio”.

“Nei miei film – conclude il regista – mi sono spesso trovato a raccontare mondi circoscritti, che fossero realmente o idealmente tali. Questi universi, a volte piccoli come una stanza, hanno una loro logica e un loro movimento interno. Coglierli e riportarli è la parte più complicata del mio lavoro. Così è stato per la comunità di drop-out nel deserto americano (Below Sea Level), un mondo isolato con delle regole a se stanti i cui confini erano quelli dell’appartenenza a un’idea e a una condizione. Così è stato per il killer pentito del narcotraffico (El sicario, room 164), chiuso dentro una stanza d’albergo, replicando i gesti del suo crimine e le regole della sua comunità di criminali. Lo stesso si può dire per quell’altra comunità umana che vive ai margini del raccordo anulare (Sacro Gra). A Lampedusa mi sono allo stesso modo trovato a comprendere il funzionamento, se così posso esprimermi, di altri mondi concentrici con le loro regole e i loro tempi: l’isola, il Centro di Accoglienza, la nave Cigala Fulgosi. Da Lampedusa è impossibile andar via, come anche stabilire il momento in cui è terminato il tempo delle riprese. Se questo è vero per tutti i miei film lo è ancor di più per questo. C’è stato un evento che mi ha fatto comprendere che il cerchio in qualche modo si stava chiudendo. Avevo deciso di fare un film a Lampedusa dopo aver incontrato il dotto Bartolo, la sua umanità, la sua esperienza. Sentivo che era necessario per chiudere il film tornare a quell’incontro. Così è stato. Sono andato da Bartolo, ma con la camera, l’ho accesa e ho filmato la sua testimonianza, il suo racconto. Come accadde la prima volta, guardando il monitor del suo computer, dove è raccolto l’intero archivio di vent’anni di soccorsi, Bartolo è riuscito a trasmette con le sue parole, la sua umanità, la sua immensa serenità il senso della tragedia e il dovere del soccorso e dell’accoglienza. Ecco, questo mi serviva per chiudere il film”.

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