Ain’t no Sunshine when ART’s gone

Il direttore di Arte Fiera, Simone Menegoi, si chiede “dov’eravamo rimasti?”.

Sarebbe bello poter dare una risposta definitiva. C’eravamo lasciati in un gelido gennaio del 2020 con la parola Covid che rimbalzava dall’altra parte del mondo, non considerando che se si era globalizzata l’arte figuriamoci un virus. Il seguito lo sappiamo tutti. A tal riguardo, forse vale solo la pena ricordare, che nell’antica Grecia dopo la grande peste ateniese quale atto artistico catartico viene alla luce uno dei capolavori assoluti, come la Nike di Samotracia.
I lockdown ci hanno costretti all’isolamento e reso l’unico mezzo di comunicazione possibile quello digitale. L’arte non è stata da meno, perché è proprio negli anni della pandemia che la Crypto Art e gli NFT hanno avuto la loro esplosione consentendo a chiunque di diventare il dominus della propria galleria nel Metaverso. Come nella visione vichiana pare essere tornati al tempo in cui Banksy, forte del suo successo grazie anche al suo geniale partner in crime Steve Lazarides, inizia la serializzazione delle sue opere decidendo di toglierle dai muri degli slums di Bristol. Come sappiamo, a stretto giro, quei lavori finiscono nelle patinate gallerie della City dove verranno contese a fior di pound.
Tale premessa pareva doverosa. La possibilità di tornare ad ammirare le opere d’arte dal vivo nei padiglioni di Arte Fiera, dove il contatto della vista incrocia l’opera, è quanto di più piacevole possa esserci trascorsi questi anni bui. Tuttavia, questo non deve indurre un l’osservatore a non riflettere su alcune problematiche che attraversano il mondo artistico dei nostri giorni.
In particolare, è essenziale interrogarsi sul senso di definire contemporaneo opere che ormai hanno oltre un secolo di vita e di come al contempo ci si ostini a classificare come innovative tipologie di opere d’arte figurative che sono superate in originalità dall’avvento della Crypto art, che ad avviso di chi scrive è il futuro del mezzo rappresentativo, figurativo ed espressivo dell’arte del XXI secolo.
Difatti, percorrendo i padiglioni non si era circondati da un profluvio di nuovi artisti, cosa che ciascuno può fare navigando una qualsiasi piattaforma NFT. A parte l’eccezione rappresentata da “C-Verso – Cortesi Gallery” che riusciva alla perfezione ad incarnare il connubio tra Arte generativa e NFT (geniale anche la modalità digitale di distribuzione e la possibilità tramite il tasto “CHAOS” di interazione sulla piattaforma), senza tralasciare la fisicità dell’opera al pari esposta agli occhi dello spettatore. L’assenza della Crypto Art, declinata nei suoi vari filoni Digital Painting, Generative Art o Pixel Art, è stata palese in questa edizione.

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Tornando alla parte espositiva, intrigante era la proposta della “Galleria Contini” attraverso le opere di Enzo Fiore, un artista che usa la materia organica per esprimersi. Nei suoi lavori foglie, insetti, pietra e terra si fondono in perfetta disordinata armonia restituendo allo spettatore una rappresentazione visiva suggestiva.
Altro artista legato a doppio filo alla Natura è Marco Abbamondi, esposto in esclusiva da “Andrea Ingenito Contemporary Art”. Le sue composizioni, un ibrido tra scultura e Arte visiva, rievocano paradossali matrimoni tra la grezza materia e puri pigmenti estratti dai più svariati luoghi della Terra.
Originale e interessante è stata la proposta “Somnium” del collettivo “Numero Cromatico”, che invita alla verbalizzazione della fase onirica. Il ricordo al risveglio dovrà essere scritto e trasmesso al collettivo al fine di generare un ensemble artistico.
Sarà stato il clima estivo e post pandemico, ma quest’anno la parte più interessante era legata alle installazioni e agli eventi collegati alla Bologna Art City, in particolare il sabato in occasione dell’Art City White Night. Il clima che si respirava, al netto dei cliché sull’arte contemporanea pontificati dai soliti habitué malvestiti, restituiva pieno interesse agli eventi ideati e realizzati per la città.
Tra questi spiccava l’allestimento curato dalla concept agency “the Rooom”, nell’iconica veste di Palazzo Aldrovandi Montanari, “HeartEarth” di Gianluca Chiodi legato ai temi della natura e della sostenibilità.
Con l’auspicio che Arte Fiera possa trovare slancio creativo già nella prossima edizione e non resti, come un umarell, beata a godersi i fasti passati del tempo che fu…

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