Al cinema è solo la fine del mondo.

Al cinema dal 7 dicembre il film Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes ‘E’ solo la fine del mondo’. Un crescendo di emozioni raccontate da un cast di altissimo livello diretto da Xavier Dolan.

Louis, giovane scrittore di successo che da tempo ha lasciato la sua casa di origine per vivere a pieno la propria vita, torna a trovare la sua famiglia per comunicare una notizia importante. Ad accoglierlo il grande amore di sua madre e dei suoi fratelli, ma anche le dinamiche nevrotiche che lo avevano allontanato dodici anni prima.

“Eravamo nel 2010 o nel 2011, non ricordo – afferma il regista -. Qualche tempo dopo J’ai tué ma mère, ero andato a trovare Anne Dorval ed ero seduto nella sua cucina, dove ci ritrovavamo sempre per parlare, raccontare, guardare delle foto o anche, spesso, per stare in silenzio. Quella volta mi aveva parlato di una pièce straordinaria che aveva avuto il piacere di interpretare intorno al 2000. Mai, mi raccontava, le era capitato di dire o di interpretare delle cose scritte e pensate in quel modo, espresse in una lingua così fortemente particolare. Era convinta che dovessi leggere assolutamente quel testo, conservato nel suo ufficio, con tutte le annotazioni da lei scritte dieci anni prima: annotazioni sull’interpretazione, sulle posizioni in scena e altri dettagli scritti al margine dei fogli. Così mi sono portato a casa quel fascicolo imponente, stampato su fogli A2. La lettura si annunciava faticosa. E purtroppo non ne sono rimasto affascinato, come Anne immaginava. Ad essere sincero, avevo provato al contrario una sorta di disinteresse, e forse anche di antipatia per il modo in cui era scritto. Nei confronti della storia e dei personaggi avvertivo un blocco intellettuale che mi impediva di apprezzare la pièce tanto elogiata dalla mia amica. Ero sicuramente troppo preso dall’impazienza di lavorare ad un nuovo progetto o di immaginare il mio prossimo taglio di capelli per comprenderne la profondità dopo quella prima lettura superficiale. Così ho messo Juste la fin du monde da parte, e con Anne non ne abbiamo più parlato. Quattro anni dopo, finito Mommy, mi è tornato in mente quel testo con la copertina blu, allineato nella libreria del salone, sullo scaffale più alto. Il formato era così grande che superava di molto gli altri libri e documenti tra i quali era infilato, alzava la testa, come se sapesse di non poter essere dimenticato a lungo. Quell’estate ho riletto – o, per meglio dire, ho letto davvero- Juste la fin du monde. Più o meno a pagina 6 ho capito che sarebbe stato il mio prossimo film. Il mio primo in età adulta. Finalmente ne capivo il testo, le emozioni, i silenzi, le esitazioni, l’irrequietezza, le inquietanti imperfezioni dei personaggi descritti da Jean-Luc Lagarce. A discolpa della pièce, non credo che all’epoca mi fossi impegnato a leggerla seriamente. A mia discolpa, credo che se anche ci avessi provato, non sarei riuscito a capirla. Il tempo sistema le cose. Anne, come sempre o quasi, aveva ragione”.

577828_vf3-copy“Quando ho cominciato a dire che E’ solo la fine del mondo sarebbe stato il mio prossimo film – sostiene Xavier Dolan -, il progetto è stato accolto da una specie di benevolo scetticismo misto a preoccupazione. I dubbi erano espressi soprattutto dai miei amici. Anne, in particolare, Serge Denoncourt, o Pierre Bernard, che erano stati entrambi nella pièce messa in scena a Montréal nel 2001. Anne mi aveva spinto a leggere quel testo che secondo lei era scritto su misura per me, ma si chiedeva se un adattamento sarebbe stato possibile… «Come farai a rispettare la lingua usata da Lagarce?» mi chiedeva. «E’ proprio la lingua a rendere questo testo qualcosa di notevole e di unico. E non è affatto cinematografica… E se rinunci al modo che ha Lagarce di usare il linguaggio, che interesse c’è a farne un adattamento?». Ma io non volevo rinunciarci. Al contrario, la sfida per me consisteva nel rispettare quanto possibile il testo”.

“I temi affrontati da Lagarce – conclud eil regista -, le emozioni dei personaggi, urlate o soffocate, le loro imperfezioni, la loro solitudine, i loro tormenti, i loro complessi di inferiorità… in Lagarce tutto mi era familiare, e lo è senz’altro per la maggior parte di noi. Ma la lingua, quella, non la conoscevo. Era una cosa nuova. Intessuta di goffaggini, di ripetizioni, di esitazioni, di errori di grammatica… Laddove un autore contemporaneo avrebbe depennato automaticamente tutti gli elementi superflui e ridondanti, Lagarce li manteneva, li celebrava. I personaggi, nervosi e intimoriti, nuotavano in un mare di parole talmente agitato che ogni sguardo, ogni sospiro tra le righe diventava – o sarebbe potuto diventare – l’equivalente di un momento di bonaccia in cui gli attori avrebbero fermato il tempo. Volevo che le parole di Lagarce fossero dette così come erano state scritte. Senza compromessi. E’ in quella lingua che risiede la sua ricchezza, ed è attraverso quella lingua che la sua opera si è affermata nel tempo. Edulcorarla avrebbe significato banalizzare l’autore. Non mi importa che si “senta” il teatro in un film. Che il teatro nutra il cinema… non è forse vero che teatro e cinema hanno bisogno uno dell’altro?”.

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